L’ordinamento benedettino olivetano e le sue trasformazioni nell’età moderna.
Le modificazioni costituzionali.
L’ordinamento monastico olivetano era impostato su tre fattori determinanti:
1) la temporaneità delle cariche,
2) la centralizzazione del governo,
3) la suddivisione territoriale.
La forte struttura di governo centrale era già in grado di esercitare un controllo periodico sui singoli cenobi e d’altra parte sotto il profilo giuridico i diversi monasteri accrescevano i legami e gli scambi tra loro, rendendo praticabile un’effettiva mobilità dei monaci.
Era così allontanato dalle abbazie olivetane il pericolo del regime commendatario.
Nel modello congregazionale la figura abbaziale perse quel tratto sacrale-carismatico e di fonte d’autorità per il monastero, che le aveva attribuito il Medioevo.
Con l’introduzione del metodo democratico per il quale era il corpo dei monaci che partecipava al governo mediante il capitolo e la carica dell’abate fu trasformata in un ufficio con poteri più ampi ma della stessa natura degli altri, con funzioni delegategli ad tempus dal capitolo generale e sostanzialmente ristrette alla tutela della disciplina interna e alla vigilanza amministrativa.
Circa la durata, l’ordinamento olivetano fin dai primordi della sua costituzione aveva adottato il criterio dell’avvicendamento annuale della carica abbaziale, ordinamento certamente imprestato anche dai sistemi giuridici degli enti pubblici senesi e ordinato dall’autorità ecclesiastica come la Bolla “Summi magistri” di Benedetto XII del 1336, circa l’imposizione di celebrare almeno di triennio in triennio il Capitolo Generale.
Questo era stato sempre in vigore antecedentemente presso gli Olivetani, e gli abati generali e gli abati locali si alternarono in seguito prima ogni quattro anni, dal 1501 ogni due, dal 1572 di nuovo ogni quattro e dal 1587 fu stabilito un avvicendamento triennale.
Anche la riforma di Santa Giustina non fece che seguire con evidenza la struttura dell’organizzazione della Congregazione Olivetana.
Infatti la Costituzione di Eugenio IV “Etsi ex sollicitudinibus debito..” dell’ottobre-novembre 1432 fissava la struttura definitiva in questo modo:
1) i monaci formavano un solo corpo, che al di là della diversità dei luoghi di professione, era rappresentato nelle sue componenti dal capitolo generale e guidato da un definitorio cui spettava tanto il supremo potere legislativo e amministrativo quanto la pienezza delle competenze sugli aspetti liturgici, religiosi,disciplinari;
2) tutti i superiori erano nominati dal capitolo generale e rimanevano in carica fino alla sua rinnovazione, mentre l’esercizio dell’abbaziato e del priorato diveniva annuale.
Anche a Santa Giustina ogni monastero era generato dall’archicenobio, dipendeva permanentemente da esso, ne riceveva le direttive e la nomina dei superiori, ma la gran differenza consisteva che i monasteri erano tra di loro ‘confederati’, mentre i monasteri olivetani formavano un’unicum corpus’ come delle membra unite al capo, e a questo soggetti, cioè erano tra loro ‘congregati’.
Evoluzione costituzionale ?
Quali furono gli interventi della curia romana sull’organizzazione monastica olivetana?
Qual è l’interpretazione storico-genetica dei fondamenti giuridici e degli sviluppi organizzativi della famiglia benedettina?
Che la plurisecolare organizzazione benedettina fosse basata su tre pilastri fondamentali:
1) l’autonomia giurisdizionale e amministrativa di ciascun abbazia e il conseguente diritto delle rispettive comunità di eleggere il proprio abate,
2) la durata vitalizia e l’autorità assoluta della carica abbaziale,
3) la stabilitas loci per la quale ciascun monaco professava per il proprio monastero,
questi erano gli elementi che formavano la combinazione dell’ordinamento monastico tradizionale.
Per i monaci di Monte Oliveto l’accentramento dei poteri nel capitolo generale e quindi nel Definitorio non poteva avvenire in presenza del regime vitalizio dell’abbaziato, mentre la limitazione dell’autorità dell’abate aveva bisogno dì essere compensata da una forte struttura di governo centrale in grado di esercitare un controllo periodico sui singoli monasteri.
Le costituzioni olivetane del 1572 non attribuivano al “Banchetto”, poi dal 1627 chiamato “Definitorio”, il potere di assegnare le nuove famiglie, rieleggere i vicari, i cellerari e i maestri dei novizi, ma al capitolo generale annuale. Al capitolo generale biennale se n'alternava uno annuale riservato agli aventi voce, ai visitatori e al procuratore generale.
E’ vero che lungo il tempo si manifestò una tendenza a restringere il sistema rappresentativo dei partecipanti.
Il primo tentativo di radiare la categoria dei discreti fu promosso dall’Abate Generale Antonio Bentivoglio nel 1539 e fallì per la forte resistenza dei monaci. Nelle costituzioni del 1564-68 fu inserito nelle costituzioni la misura limitativa che escludeva dal massimo organo rappresentativo i monaci sprovvisti dell’ordine sacerdotale.
Lungo il tempo comunque il consolidarsi di una struttura tipicamente verticistica fu ulteriormente favorito sia dai mutamenti di composizione del capitolo annuale sia dalla sua sostituzione con l’organo ristretto della “Dieta”.
In un periodo intermedio infatti il cardinale protettore degli Olivetani Paolo Camillo Sfrondati ritenne opportuno nel 1603 restringere il diritto di partecipazione al capitolo annuale all’abate generale, al suo vicario e ai visitatori.(cfr. Tagliabue)
Ma la norma che prevedeva la partecipazione dei “discreti” al capitolo come rappresentanti delle comunità conventuali fu finalmente inclusa nel progetto di riforma elettorale voluto dall’abate generale Giustino Roselli nel 1705, ma fu inspiegabilmente cassata al momento della ratifica presso la competente congregazione romana.
Suddivisione interna e raggruppamenti geografici. . = ===================================
L’aspirazione a valorizzare le cariche e lo stesso status monastico sul piano meramente onorifico inizia tra gli Olivetani con l’attribuzione, nel 1535 del titolo di abate, fino allora riservato al solo superiore dell’abbazia madre, ai priori dei singoli monasteri e l’abbandono, nelle costituzioni di dieci anni dopo, 1545, dell’umile appellativo di “frate” per quello di “don” per i monaci sacerdoti, con la conseguente riserva del “fra” precedentemente usato in maniera indistinta per tutti gli olivetani, ai soli conversi.
Il processo di suddivisione territoriale raggiunse il culmine nella congregazione olivetana in parallelo con il suo notevole incremento.
Nel 1535 la congregazione fu divisa nelle due sezioni, cismontana e oltremontana, per distribuire alternativamente l’onore del generale e per variare il territorio soggetto alla giurisdizione dei visitatori rispetto alla regione di provenienza.
Nel 1556, oltre a mantenere l’alternativa circa l’elezione del generale e dei visitatori, furono introdotte sei province e assegnato l’ordine del rispettivo turno generalizio.
Nella congregazione olivetana si dette ulteriore sviluppo con una ripartizione ulteriore, interna alla ‘provincia’, chiamata ‘nazione’.
Nelle costituzioni del 1564-68 la prima denominazione fu usata per indicare l’aggregazione di un discreto numero di monasteri (fino a dodici) accomunati dall’appartenenza alla stessa regione geografica o sottoposti ad un unico potere politico, mentre la seconda fu attribuita a pochi o singoli monasteri situati in città prestigiose e importanti.
La nuova suddivisione in ‘nazioni’, di lì a pochi anni, veniva applicata in modo uniforme e sistematico alle diverse province, per cui ciascuna circoscrizione minore o ‘nazione’ era formata da uno o più monasteri e prendeva nome dalla città ove era situato il monastero principale.
L’introduzione delle “nazioni” monastiche, che all’inizio avvenne in via consuetudinaria, può far intravedere non solo un riflesso di diffuse tendenze sociali e culturali del tempo, ma anche il tentativo di rispondere all’esigenza maturata dal basso, di una maggior giustizia distributiva delle cariche o delle prelature. D’ora in poi per l’elezione del generale e delle altre cariche centrali, si cominciò a seguire il turno delle rispettive “nazioni” nel rispetto della regola dell’alternanza fra i raggruppamenti. Per cui il principio che regolava la distribuzione delle prelature si applicava in base ad un criterio, non più indiscriminato, ma provinciale o secondo le “nationes”. La rappresentanza territoriale dalla metà del cinquecento non rimase confinata nel terreno meramente elettorale, ma divenne un fattore di trasformazione dell’intera organizzazione olivetana.
In pratica ogni “natio” doveva avere i suoi abati, questi nell’elezione del loro ufficio non potevano valicare le barriere della “natio” d’appartenenza (cfr. Tagliabue, Gli abati di San Bartolomeo di Rovigo, p.67) e queste limitazioni di movimento condussero gradualmente ad una restrizione progressiva dell’area di circolazione dei superiori, dall’intera rete delle comunità, come invece avveniva nei primi secoli nell’ordine olivetano.
E’ certo che anche il potere politico accoglieva favorevolmente questa tendenza particolaristica e mal sopportava la presenza e l’azione di superiori stranieri sul proprio territorio, ma aveva evidenti risvolti negativi di carattere interno, perché ostacolava il ricambio del ceto dirigente monastico.
L’inamovibilità extraterritoriale degli abati ebbe conseguenze rilevanti anche sul loro profilo giuridico. Dovendosi contemperare col principio della temporaneità delle cariche, essa costrinse gli abati ad una rotazione pressoché automatica dell’esercizio della prelatura nei monasteri di una determinata “nazione.”
L’altro risvolto negativo di carattere interno era la difficoltà di osservare l’avvicendamento ciclico che teoricamente doveva avvenire con cadenza triennale, e spesso di fatto veniva protratto oltre tale termine, perché risultava impossibile realizzarlo, non esistendo altri cenobi.
In questi monasteri, tra la metà del seicento e la fine del settecento venne reintrodotto di fatto il regime della perpetuità abbaziale, come per esempio a Venezia, Lendinara, Rovigo, Arezzo, San Gimignano, Volterra, Lucca e Pistoia.
Questa suddivisione, resa definitiva dalle costituzioni del 1572, verrà riformata solo nel 1785, quando le soppressioni asburgiche e la crescita dei monasteri nel territorio genovese porteranno alla creazione della nuova provincia ‘ligure-lombarda’ (cfr. Scarpini, I monaci..pp.405-406).
In riferimento alla crescente esigenza di rappresentanza delle nazioni per avere degli abati propri, le costituzioni olivetane del 1568 avevano ovviato stabilendo che ciascuna circoscrizione dovesse avere tanti monaci quanti i propri monasteri ne potevano mantenere, tanti prelati quanti erano i monasteri, tanti ufficiali quanti competevano.
Ma presto le deroghe si accumularono. Nella dieta di Bologna del 1592 fu stabilito che il generale potesse destinare gli abati a suo piacimento da ciascuna provincia o nazione, in modo da evitare che alcune abbondassero di abati, mentre altre ne fossero prive.
L’anno seguente, il cardinale protettore Sfrondati sollecitò un breve da Clemente VIII per rafforzare il principio che ogni monastero o casa apparteneva alla Congregazione e non a qualche particolare circoscrizione interna. Infine sempre per evitare che il numero dei monaci in grado di conseguire la prelatura abbaziale diventasse eccessivo rispetto ai posti effettivamente disponibili, lo stesso cardinale Sfrondati fu costretto a emettere nel 1611 un decreto col quale si confermava che “tot essent abbates quot monasteria” e che i superiori più giovani non fossero investiti della prelatura finché il posto non vacasse effettivamente. (cfr. Besozzi, Constitutiones olivetanae, cit. pars prima, pp.175-177).
Probabilmente il particolare impegno che durante la prima metà del seicento venne profuso dalle singole “nazioni” olivetane per la fondazione di piccoli cenobi, in genere sprovvisti di membri e di rendite, non va ricondotto soltanto alle strategie insediative della congregazione, ma anche alla volontà di accrescere il numero delle cariche residenziali.
A spingere verso l’acquisto delle prelature concorrevano certamente diversi motivi fortemente sentiti nella società seicentesca: da quello onorifico a quello della legittimazione nobiliare, che il titolo apportava alla famiglia, da quello delle gratificazioni economiche connesse alla carica, a quello dei privilegi e delle esenzioni dal servizio monastico.
In diverse occasioni i pontefici intervennero per contenere lo spirito di ambizione dei monaci.
Un primo tentativo di ricondurre la concessione delle prelature titolari sotto il controllo della congregazione e di farne un’equa ripartizione tra le circoscrizioni territoriali fu esperito nel 1671.
Sfruttando le buone disposizioni di Clemente X verso gli Olivetani, il generale Pepoli da un lato fece ribadire la condanna della piaga dell’ambizione, escludendo dalle dignità coloro che se le procuravano mediante maneggi, dall’altro chiese, con un secondo breve, una mitigazione del divieto assoluto di nominare abati titolari con la creazione di dodici cariche da assegnare ai benemeriti di ciascuna “provincia”(mentre Urbano VII con breve del 6 gennaio 1627 aveva assolutamente vietato la nomina di abati titolari; cfr. Besozzi, Constitutiones olivetanae, cit. pars seconda, p.189).
Per offrire ai monaci un ulteriore sbocco alla domanda di avanzamento, il Pepoli, di pari passo, ottenne da Clemente X il riconoscimento dell’alternativa abbaziale e cioè della possibilità che l’abate di governo accossentisse al alternare ‘ad tempus’ l’ufficio con qualche monaco sprovvisto del titolo, ma non dei requisiti sostanziali per il suo esercizio.
Ma la reazione di coloro che si trovavano già in possesso delle cariche titolari costrinse il Pepoli prima a sollecitare un terzo breve papale per imporre regole di contenimento al nuovo istituto giuridico e poi nel 1672 a chiedere addirittura al pontefice di rinunciare ai precedenti brevi circa la creazione di abati titolari e delle alternative abbaziali.
I vertici olivetani furono costantemente contrastati tra le forti aspirazioni d’avanzamento e di carriera dei monaci, le pressioni interne ed esterne di personaggi influenti e l’esigenza di procedere ad un riassetto morale e disciplinare.
Contesto culturale e sociale.
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Narrano gli storici ufficiali della Congregazione Olivetana, come il generale Pueroni, tra il secondo e il terzo decennio del seicento, si fabbricasse una lussuosa residenza a Monte Oliveto dove mangiava e beveva lautamente “dal meglio che entrava dalle possessioni e altrove lasciando passare gli avanzi ai monaci da basso” (dal Palazzo al refettorio comune).
Dopo la mensa si ascoltavano musiche e suoni da novicordo e si giocava a sbaraglino e al trucco. Per ricreare l’animo del generale non mancavano poi diversi “cagnolini bolognesi di gran prezzo. All’archicenobio, insomma, tutto spirava pompa ed albagia”.
Che questo genere di vita non fosse avvertito in contrasto con gli ideali monastici sembra indicarlo il titolo della voluminosa opera a cui nell’otium potè attendere il Pueroni con l’aiuto di diversi collaboratori :”De regularium aristocratia” (cfr. Lancellotti p.229: pubblicato in 4 volumi nel 1633).
Anche gli olivetani assorbirono dei modelli culturali in riferimento all’estrazione sociale e alla provenienza generalmente nobiliare dei monaci e decisero nel 1711 di ammettere nella congregazione “quei soli vestiendi in cui concorrano, per quanto sia possibile e nobiltà di nascita e buoni talenti e sufficiente letteratura(cfr. Tagliabue, Gli abati di San Bartolomeo di Rovigo, cit., p.69, nota 22).
E’ certo che il reclutamento aristocratico dei monaci di coro rispose, almeno in parte, alla necessità della congregazione monastica di soddisfare gli obblighi fiscali di cui era stata gravata dalla S. Sede, a partire dalla metà del cinquecento.
Per alleggerire i pesi imposti dalla Camera apostolica si cominciarono ad accettare di preferenza novizi di ricca condizione, a cui la famiglia potesse passare una certa pensione annua, per il loro mantenimento, pensione che venne versata bensì nelle mani del depositario, per salvare la sostanza del voto di povertà, ma in qualche modo rimaneva sempre a disposizione del monaco.
La pressione fiscale di Roma.
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Tra il 1630 e il 1680 le casse centrali delle congregazioni monastiche italiane si trovarono esposte ad una difficile congiuntura determinata da molteplici fattori.
La maggior parte dei monasteri aveva diminuito in maniera consistente la propria rendita netta a causa delle frequenti vicende belliche, dei cicli stagionali sfavorevoli, delle conseguenze della peste, della cattiva amministrazione dei beni.
Anche la congregazione olivetana fu caricata da parte della S. Sede d’un esoso peso fiscale che l’aveva costretta negli anni precedenti ad accumulare debiti su debiti. Oltre a sopportare pagamenti di decime, di annate, di quindenni dovette sopportare pesantissime contribuzioni per le guerre contro il Turco e per altri bisogni materiali della Chiesa, compresi quelli del suo apparato statale.
L’8 novembre 1539 con un breve Paolo III da Roma ‘dichiarava esente la Congregazione Olivetana dal pagamento di 500 scudi d’oro’ (Reg. Oliv.: III,n.48).
Ma con il 1543Paolo III imponeva al clero secolare e agli ordini religiosi possidenti d’Italia una tassa di trecentomila scudi d’oro, iniziando in modo deciso la fiscalità romana, gravando tutti i monasteri del quarto delle loro rendite. (cfr. Margarini, Bullarium Cassinese, cit. I, p.164, cost.165).
Un’altra dichiarazione per un condono di 500 scudi d’oro è concessa da Paolo III (Reg. Oliv. III,50), così il 9 gennaio 1547 Guido Ascanio Sforza da Roma attesta il pagamento di 3.000 ducati d’oro da parte della congregazione olivetana, compresi 100 scudi d’oro versati dal monastero di San Benedetto di Siena (Reg. Oliv..III,68).
Il generale olivetano Giovanni Francesco di Perugia (1572-1576) promosse un’ispezione in tutti i monasteri, condotta da tre abati di fiducia, per ripartire le tasse da parte dell’Ordine e della Camera Apostolica. (Lancellotti, Istoria olivetana dei suoi tempi, cit. pp.201-202).
Il Procuratore Generale
Sappiamo che le Costituzioni olivetane prevedevano che il Procuratore generale fosse eletto dal Definitorio tra due monaci proposti dall’abate generale. Doveva essere professo da quindici anni: “vir industrius, bonis moribus, et litteris praeditus”(Besozzi, Constitutiones olivetanae, cit. pars prima, p.125).
Per rimediare al meglio l’incapacità di assolvere i pagamenti alla procura generale nella Congregazione olivetana si escogitarono diversi mezzi tra cui l’accumulo in vita per attività d’insegnamento nel 1637 o la sospensione dell’effettuazione di visite canoniche di quattro
province periferiche come Lombardia, Veneto, Romagna, Regno nel 1685 o la sospensione della celebrazione del capitolo generale come avvenne nel 1687, per aver così la disponibilità per pagare più facilmente le decime imposte per la guerra contro il Turco (AA.PP. IV, f. 338 ss.).
Alcune province olivetane reagirono con uno spirito di muta assistenza allorché furono poste di fronte alle gravi strettezze finanziarie dei monasteri veneti, come nel 1684, quando i cenobi napoletani anticiparono la somma addizionale di trecento scudi, ricaduta sulle altre province italiane a causa della crisi veneta. Si arriva così a Benedetto XIV, che rinunziando a crediti difficilmente esigibili concesse nel 1742 l’affrancazione dell’imposizione del 1571 e con questa inversione di tendenza, si ebbe una stagione politica ed economica più tranquilla, eliminando un grave condizionamento alla vita economica di molti monasteri.
Uno sguardo sull’apporto determinante avuto dall’azione razionalizzatrice messa in atto dal papato e dagli interventi e preoccupazioni degli stati regionali nella fase del loro consolidamento può essere utile per comprendere il processo di strutturazione anche della Congregazione monastica olivetana fra quattro e cinquecento e i mutamenti avvenuti tra la prima metà del cinquecento e quella del seicento.
L’intreccio tra potere politico e religioso in Toscana fu forte, soprattutto per il fatto che la casa Medici ha ricoperto per ben tre volte la suprema carica ecclesiastica, mantenendo per due secoli un peso considerevole nella curia romana.
La Congregazione olivetana tra il cinque e seicento, per il suo carattere accentrato e per la mobilità interna riuscì a mantenersi un organismo unitario, adattandosi con la divisione in province alle pieghe geografiche delle varie realtà statuali.
Tra la fine del cinquecento e il primo trentennio del seicento furono promossi tentativi d’unione spontanea con la Congregazione Olivetana: sia da parte dei Verginiani (1580-1584 e 1629: ambedue falliti), da parte dei corpocristiani (1582 e riuscito), sia da parte dei camaldolesi (1637 e fallito).
La prima occasione si era già presentata nel 1595, quando un ex olivetano, Giovanni Battista da Prato, divenuto maggiore degli eremiti di Camaldoli, prima aveva preteso di riformare il breviario fino ad allora usato sostituendolo con quello olivetano, poi passato a Montecorona aveva lavorato per una nuova unione fra i due eremi, intervenendo sull’arcivescovo di Milano Federigo Borromeo, nominato visitatore apostolico. Un mese prima che questi giungesse a Camaldoli Ferdinando I gli aveva scritto una lettera degna della sua larga esperienza curiale, per metterlo al corrente dei motivi precipuamente politici che rendevano inopportuno e dannoso questo miscuglio di unione con i coronasi
Organizzazione monastica e riforma Innocenziana.
La presenza benedettina in Toscana viene caratterizzata da due elementi:
1) l’esclusività degli antichi ordini rispetto alle diramazioni moderne e riformatrici,
2) la netta predominanza degli ordini autoctoni con la ricca eredità medievale come quello degli Olivetani, eredità rinforzata dai forti vincoli di filiazione tra l’abbazia madre e quelle dipendenti.
La consistenza organizzativa.
Il territorio granducale vedeva operativi tra le dieci formazioni benedettine maschili
undici monasteri di monaci olivetani e rispetto alla fisionomia complessiva della Congregazione olivetana in Toscana gravitava circa un quinto dei cenobi olivetani (e cioè 16 su 81).
Fra le novità gli olivetani vantavano la fondazione nel 1639 del monastero di S. Maria Assunta a Rapolano e una cura del patrimonio artistico dei loro monasteri non inferiore a quella dei cassinesi.
Furono infatti eseguiti considerevoli abbellimenti a Monte Oliveto Maggiore, voluti da diversi abati generali, era stato anche restaurato il monastero di San Benedetto di Siena, “rimodernata in parte” la chiesa di s. Girolamo di Agnano in diocesi di Pisa e da poco avevano proceduto ad una vasta opera decorativa della chiesa di San Benedetto di Pistoia.(ASV. S.Congregatio super statu regularium, Relations,n.35, cc.62,74,83,103).
Il confronto tra le entrate e le uscite dichiarate era per gli olivetani espresso con un avanzo di 5766 scudi romani, una situazione in attivo a differenza di numerosi monasteri di altre formazioni monastiche, che avevano una situazione tutt’altro che buona soprattutto per l’enorme peso fiscale della curia romana.
Il numero degli Olivetani nel 1650 era di 133 monaci in Toscana e in prevalenza Sacerdoti coristi e in una quota percentuale più alta di altre istituzioni e specificamente 75 su un totale di 133 pari al 56,4% e quindi il numero dei monaci avviati agli ordini sacri toccava la punta massima insieme ai camaldolesi.
I rapporti con la società e con la chiesa locale.
L’azione degli Olivetani era andata evolvendo verso le direttrici comuni ad altre congregazioni monastiche, cioè il carico del ministero delle proprie parrocchie era in genere diretto, solo in un caso si avviava la sostituzione di un monaco con un sacerdote secolare per la cura d’anime in questo periodo.
Ci fu contemporaneamente un forte investimento di denaro e di idee nell’arredo delle chiese per renderle sempre più accoglienti e capaci di trasmettere un messaggio devozionale particolare, con rapporto preferenziale con i gruppi della nobiltà locale.
Espressione tipica e sintetica di questo orientamento fu nella chiesa di Monte Oliveto di Pistoia, dove la radicale trasformazione degli interni con la costruzione di cinque nuove cappelle o altari, risultava funzionale alla solennizzazione del culto della santa dell’Ordine, santa Francesca Romana e delle cerimonie dei cavalieri di s. Stefano che vi emettevano la professione. (AVS: Congregatio super statu regularium, Relationes, n. 35, c.839).
Oltre che da forti vincoli di natura economica dovuti alla proprietà fondiaria la vita delle popolazioni risultava legata ai monasteri olivetani sul terreno religioso, assistenziale e talvolta giuridico.
I canali istituzionali attraverso i quali si riverberava l’azione pastorale erano le parrocchie dei monasteri con la cura d’anime e le parrocchie da essi giuridicamente dipendenti, se pur poche tra gli olivetani. Non sempre i rapporti tra monaci e popolazione furono idilliaci, anzi il caso preoccupante di un eccidio di due monaci olivetani uccisi nel 1638 a Chiusure, nei pressi di Monte Oliveto Maggiore. La questione si trascinò davanti a Ferdinano II al quale gli abitanti si erano rivolti con memoriali infamanti la Congregazione.
La costituzione apostolica di Innocenzo X.
In esecuzione della costituzione apostolica di Innocenzo X del 22 ottobre 1652, per far fronte alle spese generali era stata ordinata la chiusura di alcuni monasteri.
Nella provincia lombarda furono chiusi:
- il monastero di S. Lorenzo di Cremona,
- il monastero della SS. Annunziata di Lodi,
- il monastero di S. Giovanni in deserto di Cremona,
nella provincia dell’Umbria: - il monastero di S. Silvestro di Todi;
nella provincia veneta - il monastero di S. Maria di Lendinara
- il monastero di S. Elena di Venezia;
nella provincia di Romagna - il monastero di S. Maria in Gradara di Mantova
(cfr. A.Stato Milano, S. Vittore Grande, Privilegi Eccles.,20).
In seguito fu presentato all’approvazione della S. Congregazione dei Vescovi e Regolari l’elenco definitivo dei noviziati olivetani che erano otto e cioè:
1) – Monte Oliveto Maggiore
2) – S. Girolamo di Quarto
3) – S. Michele in Bosco di Bologna
4) – S. Maria di Baggio (Milano)
5) – Monte Morcino di Perugia
6) – S. Maria in Organo di Verona
7) – Monte Oliveto di Napoli
8) – S. Maria del Bosco in Sicilia.
Il governo toscano nella fase esecutiva della riforma innocenziana non si limitò a premere direttamente sugli organi curiali ma avanzò anche riserve giuridiche in merito ai “conventini” già soppressi e alla destinazione dei loro beni.
Lo strumento giuridico che venne usato per impugnare le disposizioni romane fu il diritto di patronato su alcune abbazie spettante alle comunità locali o ai Medici.
Le Congregazioni benedettine furono oggetto su scala nazionale di un trattamento privilegiato per ciò che concerne la conservazione delle abbazie e le soppressioni nel granducato furono quasi insignificanti. Certo la presenza dei conventini proprio nelle località più disastrate assicurava pur sempre una serie di indispensabili servizi religiosi assistenziali e di controllo sociale. E il governo toscano aveva quindi tutto il vantaggio a conservarli.
Di gran lunga più rilevante fu la secolarizzazione di centoventi grance dei benedettini, di cui sette degli olivetani; questo provvedimento sconvolse i caratteri tradizionali della presenza e dell’azione benedettina nel società e nella chiesa e il baricentro della vita monastica si spostava dalla società all’abbazia.
E’ certo che le soppressioni innocenziane erano finalizzate anche alla restaurazione della disciplina e al ripristino della vita comune, a moderare l’attaccamento dei monaci al denaro nell’eliminazione dell’occasione d’accumulo e all’esercizio dei ministeri e della pastorale.
L’interventismo religioso di Cosimo III.
Se le abbazie di Monte Oliveto Maggiore insieme a Camaldoli e Vallombrosa fossero state soppresse, la Toscana non solo sarebbe stata depauperata di tre ordini religiosi, ma avrebbe al tempo stesso perduto anche notevoli vantaggi che provenivano da questi tre santuari.
Queste presenze alimentavano la pietà religiosa dei cittadini con benefici morali, e le abbondanti elemosine che venivano distribuite a migliaia di poveri ne sollevavano le sorti.
L’intreccio tra politica e religione era evidente.
Il Granduca si era formato un’ampia ragnatela di relazioni, di amicizie e di appoggi nei dicasteri romani, essenziali per il raggiungimento dei suoi obiettivi. Mediante il fitto carteggio con questi esponenti curiali il granduca riuscì a mantenere in carica più a lungo possibile, mediante conferme Camillo Maria Nelli ad abate del monastero olivetano di Firenze (cfr. ASF. Mediceo del Principato n. 314 s.c. lettera del 27 giugno 1685) o a promuovere l’avanzamento di alcuni quadri intermedi ai vertici dell’Ordine, come con la raccomandazione di Cosimo III nel 1706 ad abate generale sempre in favore di Camillo Maria Nelli.
La soppressione degli ospedali monastici sotto la reggenza lorenese.
Il processo di laicizzazione dell’assistenza ricevette una forte spinta in avanti sotto la reggenza lorenese con la soppressione di numerosi ospedali e ospizi e con misure complementari che toglievano ogni forma di direzione e di giurisdizione ecclesiastica su questi enti.
Una progressiva azione per attribuire allo stato un ruolo sempre maggiore in materia sociale portò anche all’eliminazione di un plurisecolare canale di comunicazione e di interscambio funzionali tra l’organizzazione monastica e la società.
Gli ospizi continuavano nei primi decenni del settecento a svolgere la tradizionale funzione di xenodochi, a ricevere viandanti senza distinzione, come a Monte Oliveto Maggiore e a S. Maria Asnelli della badia di s. Benedetto di Pistoia tra gli Olivetani.
Da parte politica la decisione del Consiglio di reggenza di ristrutturare radicalmente la rete assistenziale si collocava in un disegno tendente a reprimere il vagabondaggio e ad inasprire le misure di vigilanza. Il maggior numero delle operazioni di soppressione avvenne nel quindicennio 1741-1755. In questo periodo furono aboliti nello stato senese 76 piccoli ospizi.
Se i provvedimenti di soppressione riproponevano problemi di legittimità canonica, per gli ospizi del senese i loro beni rimanevano di natura ecclesiastica e perciò la giurisdizione politica non poteva estendersi né a sopprimere questi corpi né a derogare direttamente alle condizioni dalle quali dipendevano i loro acquisti.
(cfr. Lo Stato di Siena: Ospedali soppressi : ASF. Reggenza, n. 555, cc.735-1070).
Il riordinamento dell’organizzazione monastica sotto Pietro Leopoldo.
La soppressione di abbazie e monasteri venne per la prima volta prospettata nella circolare ai vescovi del 21 aprile 1773, ma la vera e propria svolta programmatica si ebbe con la circolare del 12 gennaio 1778, che conteneva l’elaborazione d’un vasto progetto di riforma dell’organizzazione regolare.
Esso prendeva il distacco delle Congregazioni religiose dalla curia romana con la conseguente eliminazione di ogni tributo, la nazionalizzazione dei religiosi e la conseguente espulsione dei forestieri, la riduzione delle case e l’impiego dei monaci in attività collaterali utili per la collettività. Non ostante le forti difficoltà si ha ragione di credere che un’intesa diretta tra le parti fosse ritenuta possibile da parte del granduca.
La circolare dell’8 gennaio 1780 a firma di Stefano Bertolini, che invitava i superiori religiosi a sorvegliare circa la “esatta e regolare osservanza” delle costituzioni e delle regole dell’Ordine sembrava offrire una collaborazione.
Il generale degli Olivetani Antonio Luigi Antonio Stampa non tardò a capire che una preventiva pattuizione delle misure soppressive avrebbe evitato atti unilaterali dei sovrani assoluti e sventato colpi più duri alla Congregazione. Per cui dopo aver sottoscritto un’intesa con il governo imperiale per la riduzione dei monasteri in Lombardia propose nel 1775 un piano analogo per la Toscana, che portò alla soppressione di due monasteri nel senese, cioè quello di S. Maria di Barbiano presso S. Gimignano e quello di S. Maria Assunta a Rapolano, con la conseguente distribuzione dei monaci, delle rendite e degli obblighi fra gli altri monasteri. (cfr. Motuproprio granducale del 31 dicembre 1775, pp.386-389).
Nel 1773 avvenne la permuta del monastero olivetano di S. Pietro in Vinculis o S. Pierino di Pisa con quello di S. Michele degli Scalzi nella stessa città, appartenente ai canonici lateranensi. (Scarpini, I monaci.,p.381; Greco, la parrocchia a Pisa, cit. pp.141-142).
Presso il monastero di S. Benedetto di Pistoia, i monaci si erano impegnati in un servizio di pubblica utilità, come il mantenimento di un maestro per insegnare alla popolazione i primi elemento di grammatica.
Per l’esiguo numero di monaci un editto granducale del 27 ottobre 1774 aveva soppresso il monastero olivetano di S. Bartolomeo delle Sacca presso Prato e trasferiti i beni al Collegio Cicognini. Certo da parte dei superiori restava difficile rispondere positivamente alle richieste granducali di accrescere l’organico dei piccoli conventi e di allargare il campo degli impegni apostolici e sociali, come si richiedeva al Generale degli Olivetani per il monastero di s. Anna in Camprena di Siena (cfr. ASF, Segreteria del regio diritto, n. 5269,p. 95).
Le soppressioni monastiche di Pietro Leopoldo.
Le teorie regaliste posero una giustificazione giuridica al potere di sopprimere i conventi e di mutare la destinazione dei beni.
Nel giugno 1783 fu stabilito che S. Maria in Gradi di Arezzo fosse trasformata in parrocchia e concessa agli Olivetani di quella città, che a loro volta avevano ceduto il monastero di S. Bernardo al Vescovo di Arezzo per la casa di esercizi spirituali per il clero.
Lo stesso Vescovo Marcacci ne aveva auspicato il subentro degli olivetani ai cenobiti camaldolesi in Arezzo.
E’ certo che i superiori regolari sebbene interpellati per primi, finirono per essere sostanzialmente esautorati dai processi decisionali, perché il granduca preferì consultare con sempre maggior frequenza i vescovi, attratti dai vantaggi che sarebbero derivati alle loro diocesi.
Il giudizio che il granduca si era fatto della condotta e dello scarso servizio dei monaci influì nella decisione di ridurre drasticamente da undici a tre i monasteri della Congregazione di Monte Oliveto. E’ vero che esisteva una sproporzione vistosa fra il numero delle case e gli organici. Infatti il numero complessivo dei membri della Congregazione olivetana dopo una crescita da 852 a 911 tra il 1705 e il 1735, scese a 86 nel 1770;
i monasteri erano 7 con 20-30 membri
12 con 10-20 membri
60 con un numero inferiore e cioè da 3 a 10 membri.
(Cattana V., Monasteri e monaci olivetani durante il secolo XVIII, in Settecento monastico italiano, cit. pp.419-439 in specie l’Appendice I. In Toscana nel 1767 su 11 monasteri)
5 erano formati da 4-7 membri
3 da 9-10 membri
3 da 12 o più membri. (ASF, Segreteria di gabinetto, n.49 ins. 19).
La soppressione di otto monasteri olivetani venne decretata volta per volta dal granduca senza che prima fosse stabilita una lista delle case in pericolo e senza preavvisi del governo all’Abate generale.
Dopo S. Benedetto di Pistoia, soppresso il 3 agosto 1782 su consiglio del Ricci, toccò all’abbazia di S. Anna in Camprena in Val d’Orcia, che venne abolita il 31 maggio 1784 su proposta del Vescovo di Chiusi e Pienza, Giuseppe Pannilini. Questi fu incaricato dell’esecuzione del provvedimento che prevedeva il passaggio di proprietà degli edifici alla Diocesi e l’utilizzo delle entrate unicamente per soccorrere le chiese povere ed erigerne delle nuove. (ASF, Segreteria del regio diritto, n. 5269, c.102, biglietto della Segreteria di Stato del 31 maggio 1784). Tra il Vescovo Pannilini e i monaci seguì una vertenza sui beni di uso personale.
Il motu proprio del 12 giugno 1784 pose le premesse per l’abolizione di altre due case olivetane; con esso si intese porre fine all’abuso di mantenere a Monte Oliveto una quantità non indifferente di ‘forestieri’ mediante la loro espulsione entro l’agosto seguente.
La perdita di dieci monaci esteri rispetto all’organico di ottantasei provocò, per insufficienza di personale, la soppressione dei monasteri di S. Michele degli Scalzi di Pisa, passato alla Congregazione da appena un decennio e di s. Andrea di Volterra. Il monastero di S. Andrea di Volterra aveva riuniti i beni con l’altro di S. Maria di Barbiano. La media decennale dello stato economico dal 1774 al1784 dava un attivo complessivo di 1984 scudi a fronte di un passivo di 703 scudi. I Monaci lasciarono la casa agli inizi del settembre 1784. La soppressione effettiva del monastero di S. Michele degli Scalzi avvenne il 1° giugno 1784 sotto la vigilanza dell’arcivescovo di Pisa che, in un secondo tempo, credette opportuno stabilire una nuova parrocchia in S. Croce dei minori osservanti piuttosto che in S. Michele.
L’ultimo monastero olivetano ad essere soppresso da Pietro Leopoldo fu quello di S. Maria in Gradi di Arezzo, che era anche il più recente tra quelli aggregati all’Ordine. (Rescritto granducale del 17 agosto 1786, AMOM, Ordini di Toscana, cit. ins. 1786).
La destinazione dell’edificio conventuale a parrocchia o a casa di esercizi spirituali e l’incorporo dei beni nel patrimonio ecclesiastico diocesano portano a credere che l’eliminazione del cenobio rientrasse nel più vasto programma di riordinamento della diocesi aretina. I provvedimenti contro gli Olivetani furono nel complesso particolarmente duri, non solo per la spoliazione della maggior parte dei beni, ma anche per la forma in cui vennero eseguiti.
A Pistoia per esempio il monastero di S. Benedetto fu circondato dagli uomini del giusdicente nell’ora di pranzo e fu intimato ai monaci di partire immediatamente (ASF, Segreteria del regio diritto, n. 5269, cc.440-595). I tempi di evacuazione furono in genere particolarmente stretti e non ammisero alcuna proroga. Ai monaci che erano stati privati del monastero non fu erogata alcuna pensione, ma solo un “discreto viatico per ciascuno” e il rilascio dei mobili e degli altri oggetti personali.
I rapporti tra il granduca e l’Ordine olivetano erano talmente compromessi che l’abate generale fu totalmente escluso dalle consultazioni e l’attuazione dei provvedimenti fu affidata esclusivamente ai vescovi.
Il riassetto organizzativo delle Congregazioni maschili.
Quale fu il ridimensionamento che per ciascuna congregazione venne attuato? Su 55 monasteri benedettini esistenti nel 1767, 31 ne rimasero in piedi nel 1786 con un calo del 44% e in complesso tutti gli ordini subirono una diminuzione di sedi proporzionalmente uguale.
Il patrimonio dei monasteri soppressi tra il 1782 e il 1786 non fu incamerato nelle casse dello Stato ma in gran parte alienato e destinato per vari scopi.
I beni dei due monasteri olivetani e di due certose passarono al Patrimonio ecclesiastico competente per i bisogni del clero diocesano.
Pietro Leopoldo ebbe anche un atteggiamento diversificato verso il mondo monastico.
La collaborazione tra il granduca e i benedettini si sviluppò anche nel settore della cultura e dell’istruzione pubblica. Anche i monaci di Monte Oliveto Maggiore e di S. Bartolomeo di Firenze mantennero nel corso del settecento alcuni giovani secolari in educazione.
Infatti con motuproprio del 31 dicembre 1775 Pietro Leopoldo stabiliva i posti dell’educazione riservati ai giovani nobili nei monasteri di Monte Oliveto e di Firenze. Nel 1776 il granduca raccomandava all’Abate generale un certo Vanni di Volterra e chiedeva un elenco annuale degli altri ospitati a Firenze (AMOM, Ordini di Toscana, cit. lettera di G. Rucellai del 23 novembre 1776).
Le basi della riforma statutaria degli Ordini.
Il promemoria sulla riforma dei regolari del sinodo di Pistoia del 1786 che insisteva sull’idea già espressa dal Ricci, che l’organizzazione autonoma della Congregazione rappresentava un ‘corpo pericoloso’ per la sovranità dello stato fu assunto anche da altri vescovi, che si schierarono sulle posizioni ricciane e anch’essi invocarono misure radicali.
Il vescovo di Chiusi e Pienza mons. Pannilini propose al granduca d’estinguere la Congregazione olivetana per mancanza di soggetti e di sperimentare per primo nella sua diocesi il passaggio dei rimanenti monaci sotto la sua giuridsdizione. Nella lettera del Pannilini del 26 febbraio 1785 al granduca, scriveva “Ognuno vede che questa (degli olivetani) è una delle religioni nel presente loro sistema di minor vantaggio per il servizio del popolo e che va a restringersi talmente il numero dei religiosi qui in Toscana che tra pochi anni non avranno da riempire i loro monasteri”, “io pertanto nel bisogno grande in cui siamo di trovare rendite ecclesiastiche per tanti lodevoli fini che ha in mira l’A.R. crederei opportuno che fosse soppressa nei suoi felicissimi Stati questa religione prima che andasse a finire da se e disastrasse di più le sue rendite” (ASF, Segreteria di gabinetto, n. 43, ins.5).
Segnali anticipatori della legislazione del 1788 furono tanto il decreto del 28 giugno 1781 che escludeva i religiosi “forestieri” da ogni carica di governo dei monasteri e conventi del granducato senza il permesso del sovrano, quanto l’altro del 17 gennaio 1782 che vietava il soggiorno in Toscana a tutti i monaci “forestieri” e ne ordinava l’espulsione ove non avessero beneficiato per buona condotta e per merito della grazia della cittadinanza toscana.
Oltre che ridurre il già smilzo organico delle Congregazioni benedettine, quest’ultimo provvedimento sollevò il difficile problema di come conciliare la prerogativa di alcuni archicenobi toscani con il divieto di accogliere novizi, funzionari e titolari di cariche interne provenienti da sedi estere. Per la prima volta la natura sovrastante degli ordini religiosi entrò in aperto conflitto con la legislazione Leopoldina.
La situazione degli Olivetani fu molto grave. Essi dopo due anni continuavano a trovarsi in una posizione irregolare: Alcune concessioni granducali furono ritenute insufficienti dall’Abate generale che chiarì come l’allontanamento dei monaci esteri avrebbe sconvolto sia l’ordinamento della Congregazione, perché a Monte Oliveto Maggiore era stabilita la carriera per giungere alle cariche primarie, sia la sua economia, perché sarebbero cessate le contribuzioni di circa duemila scudi annui da parte dei monasteri affiliati.
La soluzione proposta dal governo toscano fu quanto mai pragmatica: si concedesse pure agli esteri il permesso di soggiorno nell’archicenobio, ma in numero proporzionato alle tasse pagate dalle sedi affiliate. (cfr.ASF, Segreteria del regio diritto,n. 5282- 1 luglio 1784 e relativo parere).
La completa nazionalizzazione del clero regolare venne attuata il 2 ottobre 1788 con l’abolizione di ogni autorità, superiorità ed ingerenza di qualunque Superiore estero ed il conseguente scioglimento di ogni vincolo passivo di tipo giurisdizionale, disciplinare, economico e di governo da qualunque Capitolo generale, Definitorio e Congregazione tenuta fuori dello stato. Il motu proprio Leopoldino seguiva quello Giuseppino del 20 luglio 1781 per la Lombardia austriaca e quello borbonico del 2 settembre 1788 per il regno di Napoli.
La soluzione fu trovata; fu concesso agli Olivetani che tutti i monasteri della congregazione continuassero a riconoscere la casa madre e fu concessa la possibilità di eleggere abati generali provenienti dalle diverse province, ma non da quella di avere abati e monaci esteri negli altri monasteri del granducato.
Le due novità sostanziali del motu proprio Leopoldino sono in primo luogo il passaggio dalla giurisdizione personale dei generali a quello territoriale dei vescovi in cui era situata la loro casa. Questi avrebbero esercitata l’autorità in materia spirituale e di formazione culturale, mentre ai superiori delle sedi locali sarebbero rimaste competenze d’ordine esclusivamente disciplinare. La seconda novità del decreto era costituita dal tentativo di disegnare un nuovo profilo del governo degli ordini religiosi. Si livellavano le diverse “regole” o ordinamenti col prevedere il “Definitorio” come unica struttura consultiva del generale e del provinciale.
In parallelo con la tendenza espressa dal sinodo di Pistoia del 1786, si introducevano norme tendenti a temperare il principio dalla passiva obbedienza dei monaci e conversi verso l’autorità gerarchica del superiore locale. In particolare si obbligava quest’ultimo a render conto ai confratelli una volta al mese dello stato economico della casa “con dar facoltà ad ogni individuo di dire quanto gli occorra e proporre ciò che creda utile” e si garantiva ai religiosi la facoltà di appellare ai vescovi contro i provvedimenti disciplinari inflitti, nonché ai tribunali e giusdicenti statali per qualunque questione di carattere temporale. Questa timida apertura verso forme di partecipazione collegiale alla vita interna era però controbilanciata dall’intromissione nei capitoli provinciali di rappresentanti dello Stato e dell’ordinario diocesano. Così ogni aspetto della vita materiale dei monasteri e dei religiosi era passato sotto la vigilanza dello Stato, anche l’autonomia deliberativa, amministrativa ed economica degli ordini religiosi fu fortemente limitata.
Il sistema monastico nella Toscana ‘francese’.
Il passaggio di poteri da Pietro Leopoldo a Ferdinando III inaugurò nella Toscana degli anni 1790 una politica ecclesiastica più distensiva e meno rigida, caratterizzata da un maggior rispetto dell’autonomia giurisdizionale dei vescovi e da un atteggiamento più conciliante verso i superiori regolari.
La congregazione monastica che maggiormente beneficiò di questo nuovo clima politico fu soprattutto quella olivetana insieme a quella Vallombrosana.
A Monte Oliveto Maggiore il nuovo Granduca restituì il 24 maggio 1793 la dignità di abbazia nullius nonostante l’opposizione del Vescovo Pannilini di Pienza; assegnò un sussidio annuo di 1500 scudi sulle rendite dei beni eversi e permise che vi si tenessero sei monaci “esteri” “per supplire alla scarsezza dei soggetti capaci di coprire impieghi e uffici della Congregazione” (cfr. AMOM, Ordini di Toscana dal 1770 al 1809, ins.1973 e 1794; Scarpini, I monaci benedettini..pp.417-418).
La Congregazione olivetana beneficiò anche di provvedimenti tendenti ad alleggerire le procedure di controllo statale sulle vestizioni e sulle professioni sacre. Invece di richiedere di volta in volta le autorizzazioni fu concesso agli ordinari d’inviare alla Segreteria del regio diritto una nota delle licenze entro il maggio di ogni anno “a condizione – si precisava – che non possano permettere la vestizione dell’abito regolare prima di diciotto anni compiti” (AMOM, Ordini di Toscana, cit. ins. 1792, dispaccio della Segreteria di Stato del 7 maggio 1792 trasmesso con circolare del Cellesi il 26 successivo). “Si ammetteva che i religiosi potessero essere ordinati laddove dimoravano in quel momento”.
I limiti però d’età fissati per le vestizioni e le professioni religiose rimasero immutati e la proibizione di accogliere “forestieri” nei monasteri toscani anche per brevissimo tempo fu ribadita costantemente dalla Segreteria del regio diritto con circolare del 21 marzo 1794 al Generale degli Olivetani.
D’altra parte la grave crisi economica e sociale che aveva interessato il granducato fin dagli ultimi anni ottanta sembrò riattivare i rapporti di tipo tradizionale tra i governi che si succedettero nella fase rivoluzionaria e il mondo monastico. L’aggravarsi del debito pubblico, l’ascesa vertiginosa dei prezzi dei generi di consumo, l’enorme incremento delle spese per il mantenimento delle truppe straniere portarono il governo toscano a richiedere, sotto varie forme, la collaborazione economica degli ordini religiosi possidenti.
Un appello in questo senso f u rivolto sin dal 1790 perché si accollassero quote pensioni a carico dei patrimoni ecclesiastici in considerazione degli sgravi fiscali decisi dal governo verso la curia romana nel 1794, perché procurassero lavoro alle manifatture di seta che ne erano sprovviste. (AMOM, Ordini di Toscana, cit. ins.1794, circolare del Cellesi, 17 gennaio 1794).
La breve invasione della Toscana da parte delle truppe francesi nel marzo 1799 procurò notevoli vessazioni per i conventi e un irrigidimento legislativo verso il clero regolare. Tre giorni dopo l’occupazione, il commissario generale del governo francese Reinhard impose una contribuzione forzosa di diecimila scudi.
A metà aprile fu ordinato ai regolari di “restituirsi ai conventi di loro filiazione o vestizione” cioè di ritornare alla loro patria, entro tre giorni. Ma la Congregazione Olivetana venne esclusa dal provvedimento di rimozione dei religiosi e di esilio dei “forestieri” perché, secondo quanto scriveva il Rivani al generale olivetano il 1° floreal (=20 aprile) Monte Oliveto Maggiore era stato “sempre eccettuato dalla censura della legge sopra i forestieri”. (AMOM, Ordini di Toscana cit., ins. 1799).
Alle angherie dei francesi subentrarono presto le lusinghe del Senato fiorentino, che aveva assunto il governo civile della Toscana dopo l’occupazione degli austriaci. Il 24 settembre il segretario della giurisdizione Cellesi venne incaricato di trattare con gli ordini religiosi “più ricchi” per indurli a prestare denaro con cui provvedere all’approvvigionamento del grano
“ponendo loro in vendita – si faceva rilevare – il merito che si faranno presso il governo” (AMOM, Ordini di Toscana, cit., ins.1799).
La risposta della Congregazione olivetana fu sintomatica. I monaci si dicevano aggravati “all’estremo” e quindi nell’impossibilità di assumere nuovi oneri finanziari e di accrescere le distribuzioni di pane e di contanti, si faceva l’esempio del monastero di S. Bartolomeo di Firenze che erogò circa duemila ogni settimana). Inoltre gli Olivetani denunciavano le spoliazioni di argenteria, biancheria e denaro, non che le contribuzioni e i prestiti coatti che il monastero di S. Bartolomeo di Firenze aveva dovuto effettuare per sussidiare l’ospedale di S. Maria Nova e per supplire alle spese di guerra durante l’invasione francese. A questi mali essi aggiungevano la perdita delle “tasse di regola” a favore dell’Archicenobio causate dalla soppressione di molti monasteri in Toscana e in Italia, e le spese straordinarie di cui erano gravati al presente per il mantenimento gratuito di alcuni alunni nei collegi interni di Monte Oliveto Maggiore e di Firenze, per la sussistenza dei contadini e per i restauri delle case coloniche “rese quasi inabitabili per alcuni terremoti avvenuti nel senese (AMOM, Ordini di Toscana cit., ins.1799).
Non ostante ciò il 13 febbraio 1801 tutti i regolari “esteri” non naturalizzati o sprovvisti di licenza governativa, furono obbligati a partire “immediatamente” dai conventi del granducato (AMOM, Ordini di Toscana dal 1770 al 1809 ins.1801 circolare del Buonarroti ai superiori degli ordini religiosi, 13 febbraio 1801).
Con il passaggio della Toscana sotto la sfera d’influenza dei Borboni di Parma (2 agosto 1801) alla cui casa gli Olivetani erano assai legati, i monaci di Monte Oliveto chiesero ed ottennero nello stesso anno, il permesso di poter sopperire alla mancanza di monaci autoctoni con altri “forestieri” in Monte Oliveto Maggiore, e la facoltà di vestire e di far professare candidati per monasteri esteri e quella di aprire un educandato nel monastero di S. Bartolomeo di Firenze. (AMOM, Ordini, cit. ins.1802).
Il quadro organizzativo nell’inchiesta del 1807.
Prima ancora dell’annessione del granducato all’impero francese si aprì una fase di vera e propria persecuzione degli ordini religiosi, culminante nella “soppressione generale “ napoleonica.
Dall’inchiesta condotta dall’amministrazione francese sullo stato delle case religiose maschili del 31 dicembre 1807 risulta la sproporzione fra il numero potenziale e quello effettivo dei religiosi e per i monaci di Monte Oliveto tra il 1782 e il1807 il rapporto numerico nell’area campione del Dipartimento dell’Arno era passato da 478 a 375 ed era un rapporto ancora buono. Nel 1807 gli olivetani, sebbene non pagassero dote o tassa d’ingresso dovevano supplire a molte spese “ per comodarsi di tutto il necessario”, per cui avevano un aggravio di circa 500 scudi i sacerdoti e di circa 60 scudi i conversi. (ASS. Governo francese, n.167: nota allo “Stato dei religiosi”).
Il mancato ricambio del personale aveva indotto un progressivo invecchiamento delle comunità. Presso gli Olivetani l’età media era di 51 anni e la distribuzione dei religiosi soffriva notevoli scompensi. Un graduale processo di concentrazione dei religiosi negli archicenobi e nelle case di noviziato aveva provocato una sorta d’abbandono delle restanti sedi, lasciate in custodia ad un manipolo di vecchi monaci. Gli Olivetani si erano radunati prevalentemente nel monastero di S. Benedetto di Firenze e il numero medio degli effettivi in ciascun monastero benedettino oscillava tra i 3-4 e i 6-8 monaci.
La situazione economica degli olivetani che pure aveva subito un notevole peggioramento prima con le soppressioni leopoldine e poi durante la prima occupazione francese, si manteneva su di un livello intermedio.
L’entrata annua di S. Benedetto di Siena era di 30916 lire, compresi censi e livelli; quella di S. Bartolomeo di Firenze assommava a 17982 lire con oltre 13930 lire di censi e livelli.
Monte Oliveto Maggiore aveva crediti inesigibili per 145420 lire (ASS: Governo francese, n. 158).
Quasi tutte le comunità monastiche continuavano il loro impegno caritativo e assistenziale mediante l’apertura delle “spezierie”, l’elargizione quotidiana di pane e di elemosine ai poveri. Anche l’attività di pubblica istruzione aveva ricevuto un indubbio potenziamento nei collegi di S. Bartolomeo di Firenze e di Monte Oliveto Maggiore, dove si tenevano in educazione giovani secolari fino ai diciotto anni.
La confisca napoleonica dei beni.
Le soppressioni napoleoniche furono caratterizzate da un modo di procedere sistematico, uniforme e simultaneo tra l’aprile 1808 e il settembre 1810.
I provvedimenti eversivi delle congregazioni religiose furono preceduti da un’accurata operazione di rilevamento statistico, condotta esclusivamente da qualificati funzionari statali.
Essa mirò a formare un quadro il più possibile esatto delle case, dei beni, del tipo di entrata e delle varie categorie di persone, ma anche ad acquisire tutti i dati utili per l’eventuale cambiamento di destinazione dei locali.
Il primo ordine di soppressione fu emesso dall’amministrazione della Toscana il 29 aprile 1808 in seguito ad un decreto imperiale del 24 marzo, concernente le direttive per la riunione al demanio dei beni delle Congregazioni religiose.
Furono esclusi dal provvedimento i conventi di religiosi e degli istituti di carità nonché le famiglie francescane.
In questa prima fase i religiosi poterono continuare a vivere nelle loro comunità formalmente soppresse, in attesa di venire riuniti in alcuni “luoghi di asilo” dell’ordine; fu tuttavia proibita l’ammissione di novizi senza uno speciale permesso e il pagamento di una somma rilevante; i beni immobili e mobili, le rendite e le proprietà annesse ai conventi furono indemaniate.
Per il sostentamento dei religiosi dal 1 maggio 1808 fu concessa loro una pensione annua di 500 o 600 franchi a seconda della maggiore o minore età di sessant’anni, ridotta della metà per i conversi. (cfr. Bigianti, Le soppressioni dei conventi, cit. p.457).
Il nuovo decreto, che ricalcava nella sostanza quello emanato il 25 aprile 1810 dal Regno d’Italia, prendeva una serie di misure destinate a mutare radicalmente la vita dei religiosi.
Essi dovevano evacuare i conventi entro il 12 ottobre, provvisti solamente della biancheria e della mobilia d’uso personale, presentarsi alla municipalità di residenza per dichiarare il luogo della loro futura dimora, dimettere l’abito dell’ordine a partire dal 1 novembre “sotto pena di essere arrestati dalla polizia”.
Da parte dei monaci olivetani, a nulla valsero i diversi tentativi messi in atto per stornare i decreti di soppressione, mediante raccomandazioni tra i ministri o tra le persone di corte in grado d’influenzare l’animo di Napoleone. Andarono a vuoto anche i ripetuti interventi sul generale Dauchy e sui prefetti dei dipartimenti dell’Arno e dell’Ombrone per evitare la riunione dei Camaldolesi di S. Maria degli Angeli nel cenobio di S. Bartolomeo di Firenze e per ottenere il raggruppamento dei monaci di Monte Oliveto Maggiore in S. Benedetto di Siena. (Scarpini, I monaci benedettini, pp.439-442).
Il 4 marzo 1808 giunsero a Monte Oliveto Maggiore i commissari governativi per sequestrare i beni e prendere possesso dell’abbazia: “In termine di poche ore – narra il cronista – fu sigillato il tutto e ritirate ben anche tutte le chiavi possibili, indi furono restituite a chi le aveva con la responsabilità”. Ai monaci fu lasciato appena il vitto necessario, mentre i novizi furono espulsi dopo due settimane. Alla presenza dei monaci si compirono anche le prime depredazioni artistiche: trenta tra i migliori codici miniati, diversi pregevoli, incunaboli e dieci “stampe”. Il 10 giugno seguente fu chiuso il monastero di S. Benedetto di Siena e i religiosi costretti a trovare dimora nella città in attesa di una stabile collocazione.
(cfr, Sani B:, Memorie e vicende del venerabile monastero olivetano sotto il titolo di S. Benedetto presso e fuori della porta Tufi di Siena, edito sotto il titolo: Pagine inedite di storia olivetana ne “l’Ulivo”, X, 1980, n. 3, pp.49-50).
In generale, tra il 1809 e il 1810 i benedettini della Toscana che erano stati pensionati dal governo francese erano 451, di cui 318 religiosi professi e 133 religiosi laici. Gli Olivetani erano 28 membri, tutti a S. Bartolomeo di Firenze.
A Monte Oliveto Maggiore l’11 ottobre 1810 “ fu sigillato tutto ciò che era rimasto in monastero dalla soppressione in poi inclusive la porta maggiore di chiesa dalla porta interna”, sgomberate le camere dei mobili e date il consegna tutte le chiavi a un custode laico nominato dal governo francese. L’archicenobio rimase una “spelonca”, oggetto di saccheggi delle opere d’arte della preziosa biblioteca e perfino delle campane. I religiosi una volta evacuato il convento, furono sottoposti a controlli quasi polizieschi e obbligati, entro otto giorni a presentarsi alla Mairie o alla prefettura per prestare giuramento di obbedienza alle costituzioni dell’impero e di fedeltà all’imperatore. (cfr. Naselli, La soppressione napoleonica cit. pp.68-140).
Il monastero olivetano di S. Benedetto di Siena invece, dopo essere stato nel 1812 malamente trasformato per alcuni mesi in ospizio per poveri rimase in stato di abbandono.
Sulle scelte da compiere all’indomani della soppressione non mancarono lacerazioni interne tra i religiosi zelanti, particolarmente legati alla loro congregazione e alcuni superiori ormai rassegnati ai cambiamenti imposti dalle circostanze.
Il concordato del 1815 e la restaurazione della vita consacrata.
Dal riscontro delle famiglie ricostituite dai rispettivi vescovi si viene a sapere che gli Olivetani in tutta la Toscana erano tra la fine del 1815 e la fine del 1816 in numero di 30 monaci. Con la Restaurazione si apriva il secolare contenzioso fra la chiesa e lo stato; c’era un impossibilità materiale e politica per ottenere un ripristino integrale degli antichi privilegi, e ciò spinse la curia romana ad accogliere soluzioni di compromesso in cambio del riconoscimento civile degli istituti religiosi e di una parziale ricostruzione del relativo patrimonio.
Espressione di nuovo equilibrio politico fu il concordato tra la S. Sede e la Toscana, concordato stipulato il 4 dicembre 1815.
I principi che dovevano regolare un’eventuale intesa con la S. Sede furono esposti dai più alti consiglieri a Ferdinando III in una “rappresentanza “ del 27 luglio 1815.
Le buone intenzioni del governo granducale verso le congregazioni monastiche si erano del resto manifestate anche durante le trattative preliminari per la stipula del concordato.
Il consigliere Nuti aveva ventilato al cardinale Oppizzoni l’ipotesi che anche agli olivetani fosse riservato un trattamento privilegiato rispetto agli altri ordini mediante l’attribuzione di una “sopraddote” annua complessiva di 10965 scudi. Ciò in considerazione dell’esercizio frequente dell’ospitalità da essi praticato.
Veniva costituita una commissione mista e si fissavano le direttive che avrebbero regolato le operazioni per il loro ripristino e la nomina dei membri della commissione da parte granducale venne fissata con motu proprio del 2 dicembre 1815. La commissione mista si impegnò a “porre in essere prelativamente ad ogni altra la ripristinazione di monasteri tra cui Monte Oliveto Maggiore. Certo per alcune congregazioni monastiche si prefigurava una promettente ripresa, dal momento che sia il testo del concordato sia i lavori della commissione mista avevano mostrato un particolare riguardo verso le famiglie religiose di fondazione toscana.
Ma l’insufficiente numero di monaci disposti a rientrare nei chiostri costituì un limite che impose la restrizione delle riaperture di case monastiche.
Il superiore che oltre a mantenere i contatti con i confratelli, rappresentasse ufficialmente il proprio istituto per gli Olivetani fu Giuseppe Cassinis, che se pur designato dal 30 settembre 1814 non esercitò mai l’ufficio mentre dal 7 luglio 1816 fu surrogato per iniziativa del Cardinale Protettore il lucchese Stefano Giannetti (cfr. Sani, Memorie e vicende ms. cit. edito in “l’Ulivo”,X 1980,p.54).
E’ certo che la riaggregazione dei membri dispersi ad opera dei superiori fu cosa tutt’altro che facile e immediata.
Le date di riapertura effettiva dei monasteri benedettini sono piuttosto avanzate rispetto agli altri ordini religiosi. Il primo monastero fu Monte Oliveto Maggiore il 18 novembre 1816 con un monaco e due conversi. Seguiva il monastero olivetano di S. Bartolomeo di Firenze il 1 giugno 1817 con sei monaci e quattro conversi.
La ricomposizione patrimoniale.
L’organismo monastico usciva dal periodo rivoluzionario e napoleonico decurtato dei vasti patrimoni accumulati nei secoli, diviso al proprio interno dalle numerosissime defezioni e incerto sul proprio destino per la mancanza di membri e per la scarsità di mezzi.
Preoccupazione immediata della Congregazione ristabilita fu di ottenere dalla commissione mista nuovi e più consistenti beni immobili per accrescere la dotazione patrimoniale, che si riteneva ridotta o comunque insufficiente.
Grazie alla zelante attività e ai validi appoggi del loro cellerario Benedetto Bellini gli Olivetani riuscirono a strappare dopo lunghi contrasti con l’arcivescovo e la nobiltà senese la concessione del grande complesso conventuale di S. Chiara a Siena, a titolo di mero ospizio urbano per i monaci dell’Archicenobio, ma con la segreta mira di erigervi, appena possibile, un grande monastero. Infatti tra il “1 giugno e il 13 luglio 1818 la commissione mista assegnò agli Olivetani l’ospizio di S. Chiara a Siena e i suoi annessi come oliveti, frutteti e altri edifici. (AMOM, corrispondenza coll’I. e R. Governo dal 1817 al..; Nuti G. B: al vicario generale, 14 luglio 1818).
Riaperta l’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore ci si adoperò per recuperare opere d’arte, reliquie e altri oggetti di devozione particolarmente cari alla memoria dei monaci e della popolazione, come avvenne nel corso del 1817 con il recupero del SS. Crocifisso reliquia principale del monastero e la statuina in cera rappresentante la S. Bambina che era finita in mani di privati. (Sani, Memorie e vicende ms. cit., edito in “l’Ulivo”, X, 1980, n. 4, pp.48-50 Ibid., XI, 1981, n. 1, pp. 50-52).
Fra il 1819 e il 1820 gli Olivetani procedettero ai restauri della celleraria, della cucina, dei quartieri dell’abate e del vicario generale dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore e la vita quotidiana si andò normalizzando secondo i vecchi ritmi fino a rimettervi nel 1818 la clausura se pur limitata prima al monastero e dal 7 maggio 1821, anche quella esterna.
(Sani, Memorie e vicende ms., cit. edito in “l?Ulivo”, XI, 1981, n.2, pp.64-67).
Il nuovo profilo organizzativo.
All’inizio della restaurazione tutte le famiglie benedettine preesistenti alla confisca napoleonica vennero ricostituite in Toscana ma con un numero di cenobi notevolmente ridotto, pari in genere ad un terzo del totale precedente. Gli Olivetani ne ottennero due su tre:
Monte Oliveto Maggiore con l’ospizio di S. Chiara e S. Bartolomeo di Firenze.
Fino alle soppressioni dello Stato italiano del 1860 le abbazie benedettine toscane si mantennero per lo più secondo quanto previsto dalla commissione concordataria del 1815 e a paragone con la situazione degli altri stati italiani, la consistenza organizzativa non solo non appare penalizzante, ma documenta una certa larghezza di concessione del potere politico verso una restaurazione monastica. Di fatto la capacità ricettiva dei cenobi ripristinati restavano sicuramente sovradimensionata rispetto alla quota dei monaci toscani esistenti.
Anche tra gli Olivetani ci furono segnali non meno espressivi dell’insufficiente attaccamento al proprio archicenobio in quegli stessi anni dai generali Giannetti e Ambrosi.
Il Giannetti infatti attorno al 1827 decise di lasciare l’archicenobio di Monte Oliveto e con altri confratelli si trasferì nell’0spizio di Siena, da lui restaurato e provvisto di ottimi arredi, la sua decisione si scontrò tuttavia con la violazione degli ordini di Leopoldo II che in S. Chiara, con rescritto del 18 maggio 1826, aveva proibito la permanenza fissa di qualunque monaco e negata la possibilità di crearvi una nuova famiglia religiosa, come invece gli Olivetani avevano fin dall’inizio sperato. (AMOM, Corrispondenza, cit. lettera del Segretario del regio diritto, Magnani, del 29 maggio 1827 ; anche Sani, Memorie e vicende ms. cit. edito in “l’Ulivo”, XII, 1982, n.3, p.43).
Al noviziato fu legato fin dall’inizio il ristabilimento del convitto-educandato per rinsaldare i legami con i ceti dirigenti e soprattutto propiziare nuove vocazioni. Il governo toscano approvò questo istituto, ma volle anche ribadire che esso era soggetto alla sorveglianza del regio consultore degli studi (AMOM, Corrispondenza dell’I. R. Governo dal 1817 al..Magnani al vicario generale, 3 gennaio 1823, facente seguito al rescritto granducale del 24 dicembre 1822).
Nella Congregazione olivetana l’andamento del convitto fu molto travagliato. La sua prima apertura era avvenuta nel luglio 1802 nel monastero di S. Bartolomeo di Firenze.
L’abate generale Ambrosi si mostrò poco propenso a difendere l’importanza dell’archicenobio se nel 1821 non esitò ad assecondare il progetto del vicario Giuseppe Coppola di trasferire nel monastero di S. Bartolomeo di Firenze il noviziato e la maggior parte dei monaci toscani. Per fortuna l’assenza della famiglia monastica e l’incuria amministrativa durò solo alcuni mesi, giacché il generale olivetano cambiò idea e nel 1822 ritornò a Monte Oliveto Maggiore con l’approvazione del piano da parte del granduca.
Sei anni dopo, insieme al noviziato si riportò di nuovo il convitto nel monastero di Firenze.
Circa la consistenza numerica raggiunta dalla Congregazione Olivetana nella prima metà del XIX secolo, essa si arrestò su livelli medio-bassi a causa di un sensibile calo, e da 36 monaci si scese nel 1845 a 21.
La capacità di recupero restò dunque assai limitata, che anzi seguì una nova fase di declino.
L’inchiesta promossa della S. Congregazione sullo stato dei regolari del 1847 ci offre una
panoramica esauriente degli effettivi.
In quell’anno in Toscana esistevano 235 religiosi benedettini; per gli Olivetani dalle Familiarum Tabulae (AMOM,Familiare monasteriorum, 1743-1855) a Monte Oliveto Maggiore, dopo un insufficiente organico negli anni 1830, recuperò in seguito (nel 1845 e nel 1853 la famiglia era di diciotto persone non distinguendo se monaci, conversi, novizi, educandi e servitori secolari).
Vecchie e nuove strategie di reclutamento.
Un fenomeno di ristagno delle professioni monastiche si evidenziò in questo periodo e cioè dal 1828. Certo le limitazioni erano imposte dalle gerarchie romane, con la negazione del diritto alle vestizioni imposta dal luglio 1828 e il febbraio 1831 e di nuovo nel luglio 1843 sotto Leone XII e i visitatori apostolici. Il carteggio intercorso con la Segreteria del regio diritto non solo non presenta per gli olivetani alcun veto all’ingresso nella vita religiosa ma anzi documenta un certo numero di eccezioni per l’ammissione di monaci esteri.
Sicuramente le restituzioni geografiche e l’elevamento dell’età minima per l’ingresso nello stato religioso, avranno selezionato ma non compromesso lo sviluppo delle vocazioni.
Le condizioni di ammissione dei monaci coristi rimasero ancora troppo selettive quanto all’estrazione sociale, al grado di istruzione e alla dote o suoi sostituti. Infatti verso il 1845 gli olivetani dichiaravano che i loro postulanti non provenivano “né dall’aratro né dalle botteghe”, ma che erano ricercati tra quelli “educati, ben nati e sufficientemente comodi per supplire alle spese necessarie, sebbene limitate, per il loro ingresso, professione e vitalizio, ancora troppo ai medesimi necessario.” (Bibl. Marucelliana, Firenze, ms. D;XLVIII. 19, cc.176r-179v).
Il monachesimo del secolo XIX.
Tentativi d’unione delle congregazioni benedettine.
Il ripristino dei conventi e dei monasteri nelle diocesi appena recuperati, fu, nonostante le gravi remore pendenti sulla ricostruzione politico-amministrativa, una delle preoccupazioni prioritarie a cui volle dedicarsi Pio VII.
Nella mente del pontefice questa opera si connetteva strettamente ad un progetto di una “generale riforma” ecclesiastica.
Come c’erano state alcune trattative tra varie congregazioni, analoghe trattative d’unione furono intavolate dal Bellenghi a partire dal 1821 fra camaldolesi e olivetani.
Le posizioni delle parti si chiarirono fin dalle prime battute iniziali. Per evitare che l’operazione figurasse in partenza come la fusione dell’una nell’altra congregazione, si progettò la confluenza di ambedue in una terza denominata “monaci benedettini bianchi” con abito diverso da quelli in uso. Quest’accorgimento non venne tuttavia apprezzato dal vicario generale olivetano Ascanio Giannetti, che addusse contro il Bellenghi una serie di rilievi e di controproposte.
Gli Olivetani non solo non vedevano la necessità di estinguere la loro antica e gloriosa congregazione, ma paventavano che la soppressione delle due congregazioni avrebbe offerto a molti monaci il pretesto di abbandonare la regola o l’abito, e che la nuova sarebbe stata depauperata dei privilegi spirituali e materiali con un colpo di mano dei vescovi e della curia romana. Inoltre il Giannetti credeva opportuno che l’auspicata congregazione olivetano-camaldolese indossasse l’abito olivetano, avesse come proprio archicenobio Monte Oliveto Maggiore e che solo nello stemma e sigillo comparisse il simbolo dei camaldolesi insieme a quello degli olivetani inquadrati col motto “unione fortior”.
Così impostato il disegno d’unione assumeva la forma di un vero e proprio inglobamento
d’un istituto nell’altro. Se si pensa poi che ciascun monaco delle due congregazioni avrebbe dovuto firmare un capitolato d’unione ed esprimere il proprio parere favorevole si può capire il perché anche questa iniziativa fosse votata al fallimento. (cfr. V. Cattana, Il declino della congregazione di Monte Oliveto tra restaurazione e la metà del XIX secolo, in :Il monachesimo italiano, cit.. pp.349-350, 385-388).
La consapevolezza che l’unificazione degli ordini benedettini fosse la “sola tavola di salvezza dal naufragio al corpo monastico”, spinse Leone XII a riesumare verso la fine del 1825 il vecchio progetto del Bellenghi. Ma dopo il completo fallimento delle intese venne la reazione vera e propria nel giugno 1828 col provvedimento di soppressione a tempo indeterminato delle vestizioni e delle professioni nella Congregazione olivetana. Ciò non è difficile collegarlo con i disordini interni, ossia con le accuse del generale Giampè contro il suo predecessore Giannetti (Memorie di un vecchio abate, a cura di R. Donghi, “l’Ulivo”, XIX, 1989.pp.41 e 47) e con le loro opposizioni alle direttive della S. Sede.
La riaffermazione dei principi giurisdizionalisti venne generalmente perseguita con una certa flessibilità, talora agevolando le procedure di vigilanza, come per l’obbligo di celebrare i capitoli generali degli ordini davanti ad un delegato governativo, fu sostituito abbastanza presto con la richiesta di approvazione degli atti. Nel 1845 in via del tutto eccezionale fu inviato un rappresentante al capitolo degli olivetani (AMOM, Corrispondenza, cit., lettera del Bacci, 29 novembre 1846).
Qualche ondeggiamento si ebbe anche sulla proibizione dei religiosi esteri. Alle concessioni graziose del sovrano per alcuni monaci negli anni venti, seguì un irrigidimento negli anni trenta, in concomitanza con le soppressioni degli olivetani nello Stato pontificio, da parte di Gregorio XVI: Infatti la richiesta di accoglienza nel granducato da parte degli olivetani sembrava bene avviata presso il dicastero del regio diritto, ma venne respinta in linea di massima da Leopoldo II il 14 ottobre 1831 (AMOM. Corrispondenza, cit., lettere del Magnani 23 settembre e 29 ottobre 1831).
Una limitata tolleranza venne comunque ammessa nel 1839 verso alcuni olivetani forestieri “perché proseguissero a godere le pensioni loro assegnate dal governo pontificio e a contribuire con queste alla spesa del loro mantenimento (AMOM, Corrispondenza, cit., lettere del segretario del regio diritto del 7 ottobre 1839 e del 5 dicembre 1840).
Allo scopo di prevenire ogni “influenza estera”, che potesse oscurare le prerogative regie sui monasteri toscani, Leopoldo II ribadì nel 1830 al vicario generale degli olivetani che il governo non era disposto ad ammettere alcuna decisione “diretta a modificare in qualsivoglia forma lo stato delle persone e delle cose dei monasteri medesimi” e che le “disposizioni o riforme” eventualmente adottate dallo Zurla non potevano “estendersi né essere attese rispetto ai monasteri esistenti nel granducato se non in quei soli rapporti che direttamente interessino l’osservanza della regola e della disciplina. (AMOM, Corrispondenza, cit., lettera del segretario del regio diritto Magnani, del 31 agosto 1830 in ordine al rescritto del 20 agosto precedente).
Il problema del riassetto “costituzionale” e disciplinare.
I radicali mutamenti subiti dalle articolazioni istituzionali delle Congregazioni benedettine all’indomani dei processi di ricostruzione concordataria imponevano un adeguamento dei loro profili statutari.
Le riforme statutarie elaborate del generale degli Olivetani Giannetti assunsero carattere di semplice adeguamento alla ridotta consistenza organizzativa. Esse furono approvate il 30 gennaio 1827 da Leone XII e per l’esiguità dei monasteri rimasti vennero eliminate le tradizionali “province” sostituite da due grandi raggruppamenti geografici, la “sezione” pontificia e quella “estera”. Per l’elezione alle cariche maggiori rimaneva valida la cosiddetta alternativa, così come il principio della spartizione dei visitatori, da sciegliersi tra gli abati e gli ufficiali di Monte Oliveto Maggiore.
Un nuovo corpo di costituzioni olivetane si comincerà ad elaborare molto lentamente nel clima di rinascita spirituale della Congregazione del tardo ottocento.
Ma intanto l’accentuarsi dei disordini nella Congregazione olivetana avevano costretto la S. Sede a intervenire ripetutamente fino a minacciarne la soppressione.
Una parziale schiarita in questi rapporti, dopo il “fatale decreto” di Leone XII, venne con il voto Pio VIII del 4 maggio 1830, che sanciva la conservazione della congregazione olivetana e di quella Silvestrina con l’affidarne la riforma ad un visitatore apostolico nella persona del cardinale Zurla.
Forse pentiti di non aver accolto qualche anno prima le offerte d’unione dei camaldolesi, i nuovi vertici degli olivetani, il generale Gaspare Giampiè e il vicario Giuseppe Coppola si fecero promotori nell’aprile 1831 di un piano di scambi materiali e morali fra le due congregazioni. Successivamente esso venne adottato in termini notevolmente più favorevoli ai camaldolesi e presentato a Gregorio XVI per l’approvazione ed esecuzione. Ma la reazione del visitatore apostolico Zurla alla S. Congregazione dei vescovi e regolari sull’impossibilità di ripristinare l’osservanza nei monasteri olivetani, tesi aggravata dal Giampiè e dal Coppola con la denuncia dei mali del loro ordine, fece fallire anche questo piano.
Il papa rimise l’affare ad una speciale congregazione cardinalizia, la quale consigliò di chiudere per sempre tutte le case olivetane dello Stato pontificio ad eccezione dell’Ospizio di S. Maria Nuova in Roma; ciò che avvenne col breve del 19 agosto 1831. I beni olivetani furono lasciati a disposizione della S. Sede, ma, subito dopo dietro richiesta di alcuni vescovi, destinati ai camaldolesi: L’operazione assunse agli occhi di molti olivetani il carattere di una vera e propria macchinazione.
Nel 1835 Roma concesse l’apertura di due noviziati, prescrisse il metodo d’educazione dei novizi e l’osservanza della regolare disciplina, ma al tempo stesso sminuì ulteriormente il prestigio degli olivetani con lo stabilire un semplice vicario di sua nomina, in luogo dell’abate generale, con decreto papale del 22 giugno 1835.
Proprio su questo punto dell’autonomia di governo si vennero focalizzando negli anni seguenti i maggiori contrasti: gli olivetani chiesero nel 1839 e nel 1842 la convocazione del capitolo generale prima per procedere loro stessi alla nomina del superiore e poi per attuare alcune modifiche alle costituzioni. Ma la S. Sede, se restituì il grado di abate generale, non stimò conveniente cederne la nomina all’organo costituzionale, per la mancanza di soggetti adatti. Non vennero infatti accolte le dimissioni del vicario Benedetto Bellini, per il sospetto che esse fossero l’effetto di pressioni interne e comunque, dopo la sua morte, si provvide, con altro decreto del 29 maggio 1841, a nominare direttamente il nuovo abate generale il palermitano Giuseppe Patti. Tale nomina avvenne per sopire le difficoltà del governo di Napoli, che in precedenza aveva protestato per l’elezione del Bellini.
La necessità di tenere sotto controllo la situazione disciplinare degli olivetani e la volontà di evitare ogni conflitto, con l’autorità politica spinsero la S. Sede ad avvalersi dell’arcivescovo di Firenze, Ferdinando Minacci. Questi negli anni 1843-1845 si trovò ad esercitare una difficile mediazione tra esigenze contrapposte, da un lato il governo toscano, che sulla base di denunce anonime era venuto a conoscenza di irregolarità morali e amministrative nei monasteri olivetani, dall’altro la curia romana che, ovviamente, ambiva esercitare la legittima autorità sulla vita interna degli ordini religiosi.
Obbligato a servire contemporaneamente due superiori il Minacci per un certo tempo riuscì a comporre le diverse esigenze. Per non turbare gli equilibri politici consigliò la S. Congregazione dei vescovi e regolari, di promuovere una visita “privata” agli olivetani da parte di un religioso toscano di altro ordine, da nominare dall’arcivescovo stesso dietro comunicazione al governo toscano.
Vagliate da una apposita congregazione cardinalizia, le proposte del Minacci, furono sostanzialmente approvate ed estese agli altri monasteri olivetani di Palermo e di Quarto, con la significativa clausola papale, che il breve per i visitatori, sarebbe stato spedito solo dopo che l’arcivescovo avesse riferito della non opposizione del governo toscano. Il decreto di Gregorio XVI è del 28 marzo 1843.
In base agli accordi presi con la S. Sede, il 17 giugno 1843 il Minacci suddelegava alla visita dei monasteri toscani i padri certosini Niccolai Leone e de Pathos Francesco Ferreira.
I risultati della visita, aperta pochi giorni dopo per S. Bartolomeo di Firenze e ai primi di luglio per Monte Oliveto Maggiore, furono del tutto scoraggianti, quanto all’osservanza della disciplina regolare, alle qualità morali dei membri, al loro attaccamento all’istituto.
Da parte sua il Minacci, incaricato dal governo di compiere una visita a Monte Oliveto Maggiore, aveva cercato di ridimensionare la portata delle denunce anonime, ma al tempo stesso, aveva provveduto ad espellere alcuni conversi dal monastero e a ordinare una muta di esercizi spirituali ai monaci da parte dei padri passionisti.
La diversità di orientamenti, di metodi e di finalità che avevano guidato i due visitatori venne emergendo nel settembre 1844. Mentre il visitatore “subdelegato” Niccolai considerava ultimata la sua opera ed era favorevole alla convocazione del capitolo, alla condizione di farlo presiedere da un estraneo e di restringere l’elezione del generale ad una terna di religiosi presentata dal papa, il visitatore “apostolico” e “regio” Minacci era insoddisfatto delle risultanze del Niccolai, perché voleva integrarle con le informative dei parroci e dell’ordinario locale nonché elaborare un nuovo e più radicale piano di riforma basato sull’apertura permanente della visita e sulla trasformazione dell’archicenobio olivetano in monastero di ritiro e di stretta osservanza.
Per allontanare la minaccia di un controllo quotidiano del metropolita fiorentino, i monaci olivetani si rifugiarono sotto la protezione del governo toscano e il 3 settembre 1844 riuscirono ad ottenere una dichiarazione di chiusura della visita apostolica. Il Minacci reagì contro la Segreteria del regio diritto e chiese al granduca di protrarre l’esercizio della sua giurisdizione straordinaria su Monte Oliveto Maggiore al fine di ripristinarvi la disciplina. Leopoldo concesse la proroga fino al novembre successivo, pregando tuttavia l’arcivescovo di concordare con la Segreteria del regio diritto ogni decisione in materia temporale e di disciplina esterna. Poiché alcuni monaci continuavano ad agire presso il governo e a spargere la voce che l’arcivescovo non aveva più alcuna autorità su di loro, la S. Sede, dietro istanza del Minacci, attuò nel febbraio 1845 un ulteriore giro di vite ordinando che la visita continuasse, che i monaci olivetani riconoscessero il visitatore apostolico come loro superiore delegato dalla Sede Apostolica, che essi gli ubbidissero sotto pena di sospensione a divinis e che fossero di nuovo proibite a tempo indeterminato vestizioni e professioni (Decreti del 20 settembre 1844 e del 21 febbraio 1845).
La commissione cardinalizia chiamata ad esprimersi nel giugno 1845 sulla situazione olivetana, continuando lo stato d’insubordinazione disciplinare, invocò “un provvedimento radicale ed efficace”. Ma la pressione romana aveva già toccato la punta massima.
Scartato da tempo un provvedimento di soppressione, non rimaneva che affidare i resti della prestigiosa congregazione al governo di quel manipolo di monaci che con libera scelta si erano riuniti nel monastero di Quarto per vivere la regola in piena osservanza.
Il 17 novembre 1845 Gregorio XVI accordò finalmente – se pure sotto la presidenza del vescovo Ciofi di Chiusi e Pienza – la convocazione del capitolo dell’ordine, da cui uscì generale un esponente del gruppo “osservante”, l’abate Ignazio Dinegro.
I monasteri olivetani erano ridotti a quattro (i due toscani, quello di Quarto e di Palermo) con l’ospizio di S. Maria Nova di Roma (che però sarà reintegrato di lì a poco al rango di monastero da Pio IX).
L’inchiesta di Pio IX e la riforma degli ordini religiosi.
La premura di Pio IX per il rinnovamento della vita religiosa si estrinsecò sostanzialmente nella creazione, il 7 ottobre 1846 d’una speciale congregazione “De Statu regularium ordinum” e nell’accurata vigilanza sulla vita dei vari istituti, con particolare attenzione alla scelta dei superiori generali.
Punti di riferimento essenziali delle attività del nuovo organismo furono la Relazione del Bizzarri dei primi mesi del 1846 che costituì il manifesto della riforma da intraprendere e l’inchiesta statistica conoscitiva e consultiva con la collaborazione non solo dei superiori generali ma anche dei vescovi.
Le risposte dei superiori riflettevano una situazione tutt’altro che esaltante, perché non solo il principio fondamentale della vita comune veniva più o meno apertamente vulnerato ma si era lontani da volerlo praticare nell’immediato futuro.
In sostanza, le risposte dei superiori al questionario della congregazione papale confermavano la maggior parte degli elementi negativi diagnosticati per i vecchi ordini dalla “Relazione” del Bizzarri: inosservanza del voto di povertà nella quasi totalità dei monasteri, scarsa formazione dei novizi, affievolimento nell’osservanza della regola e delle costituzioni, inapplicabilità e obsolescenza di molte norme statutarie.
Pio IX non ebbe alcun dubbio sulla necessità d’iniziare la riforma a partire dai criteri di ammissione al noviziato: Con due decreti del 25 gennaio 1848, vennero introdotti a somiglianza di quanto avveniva già per il clero secolare una serie di controlli da parte dei vescovi sui candidati al noviziato e da parte di un duplice corpo di esaminatori della provincia e del generalato dell’ordine sui candidati alla professione.
Il primo decreto introduceva, per i candidati alla vita religiosa, l’obbligo di presentare le lettere testimoniali degli ordinari della diocesi di origine e di quelle ove fossero vissuti almeno un anno dopo il quindicesimo. Pio IX fece appello anche alla sua suprema autorità per introdurre in tutti gli ordini un periodo triennale di prova prima della professione solenne, con facoltà dei superiori generali di protrarlo fino a venticinquesimo anno.
Tra le misure varate con la circolare della Congregazione dei vescovi e regolari del 12 aprile 1851: il ristabilimento della legge del deposito comune in tutti i conventi, con la revoca di ogni eccezione ammessa prima, al divieto dei religiosi di usare il loro peculio; l’immediata introduzione della vita comune nei conventi di noviziato e la prescrizione della perfetta osservanza delle rispettive costituzioni nei conventi di studio, questi furono gli elementi innovativi che indicavano a sufficienza il significato della svolta voluta da Pio IX per gli ordini religiosi, dopo che le dispersioni napoleoniche avevano modificato e per un certo verso semplificato i termini di molte questioni e dibattiti secolari.
Modelli di razionalizzazione statuale del clero regolare.
Le premesse culturali e politiche della prima ondata di soppressioni, quella dei piccoli conventi, da parte degli Stati italiani tra il 1768 e il 1772 vennero dalla Francia. Ne sono prova
la traduzione di opere prevalentemente ispirate dalla Commission des réguliers e la catena di provvedimenti di abolizione in concomitanza con l’esempio francese del marzo 1768: Modena nel luglio-agosto, Venezia nel settembre, ducato di Milano alla fine del 1768, Parma nel febbraio 1769, Regno di Napoli tra il dicembre 1768 e l’agosto 1772, Regno di Sardegna tra il 1768 e il 1774, Ducato di Mantova tra settembre 1771 e i primi del 1772.
Nella Toscana lorenese la riforma dei regolari ebbe al pari di molte impegnative riforme una complessa incubazione e uno sviluppo poco lineare per ragioni di politica interna e per ragioni di carattere monastico, come l’allineamento alla politica di Giuseppe II.
E’ certo che per la sua natura costitutiva la Congregazione Olivetana, subì danni più gravi perché si volle con le soppressioni recidere i rapporti anche finanziari dei monasteri con la casa generalizia mediante l’istituzione di casse nazionali (locali) e subordinare in tutto i religiosi ai rispettivi ordinari diocesani salvo che per le regole claustrali e per quelli di Lombardia, obbligare i novizi a compiere i loro studi universitari a Pavia.
Anche in Toscana Pietro Leopoldo e Scipione de’ Ricci avevano maturato la convinzione della necessità di rescindere i vincoli di dipendenza tra i conventi della medesima provincia e quelli tra i conventi, la curia generalizia e la curia romana.
Il granduca nel determinare le soppressione preferì adottare come abbiamo visto, una linea graduale e pragmatica piuttosto che applicare misure improvvise e piani sommari. Nella maggior parte dei casi furono colpiti solo quei conventi che disponevano di risorse insufficienti e che presentavano una famiglia alquanto inferiore al numero canonico.
In Toscana l’interesse prioritario fu quello di riorganizzare le istituzioni pastorali e una parte non indifferente del patrimonio monastico rimase in seno alle diverse congregazioni, volendo operare una razionalizzazione della loro fisionomia istituzionale attribuendo compiti socialmente utili, talora rilevanti e quindi il riconoscimento da parte del governo delle funzioni sociali e religiose del movimento monastico.
Il momento traumatico fu certo rinviato alle soppressioni napoleoniche che attueranno una pressoché completa eversione del patrimonio ecclesiastico-regolare, ma soprattutto, sottrarranno ogni motivo di legittimità o di plausibilità statuale alla vita contemplativa.
Trasformazioni costituzionali e identità monastica.
La scelta di una forma organizzativa di tipo centralizzato comportò una diversa incidenza per gli ordini monastici. In essi, il passaggio al modello congregazionale significò la negazione del tradizionale carattere autocefalo delle abbazie e la sostanziale trasformazione dei capisaldi istituzionali dell’esperienza monastica precedente, quali:
- il regime vitalizio dell’abbaziato,
- l’elezione diretta da parte dei monaci del loro padre
- il voto di stabilità dei professi
- il principio dell’autonomia giuridica, religiosa ed economica della singola abbazia
Il modello di S. Giustina se fu una risposta alla crisi del monachesimo in età tardo-medievale fondata ed elaborata sull’esperienza religiosa del Barbo, fu storicamente un’imitazione e una sostituzione, inizialmente anche di luogo, dell’impostazione collaudata da quasi un secolo degli Olivetani, con la differenza che gli Olivetani erano congregati “in Unum corpus” mentre i monasteri nei confronti di S. Giustina venivano confederati soltanto.
La riforma congregazionale veniva ritenuta poco funzionale sia alla politica clientelare dei principi che agli interessi economici di certi settori della nobiltà e della cittadinanza. Si manifestava una certa riluttanza delle autorità civili a consentire l’aggregazione di monasteri situati nel proprio territorio a congregazioni estranee.
Allo stesso modo ai vertici delle congregazioni l’avvicendamento prima annuale poi triennale dell’abate generale e dei definitori era divenuto nel corso del seicento occasione pressoché continua di contesa e di antagonismo tra nazione e nazione, anche se per gli olivetani si attuò un patteggia- mento basato su regole “politiche” di turnazione e di scambio.
Un certo indebolimento del sistema congregazionale va ricercato tra fine settecento e inizi ottocento, come abbiamo già notato, nell’accentuata interferenza degli Stati, la maggioranza dei quali richiese il requisito di nazionalità nelle elezioni degli abati locali e generali, impose controlli sulla celebrazione dei capitoli generali e soprattutto attuò la separazione dei conventi nel loro territorio dalla dipendenza dei superiori generali o dal resto dell’Ordine.
La sostanziale paralisi in cui venne a trovarsi nel corso dell’ottocento il sistema congregazionale e la convinzione di alcuni iniziatori della rinascita benedettina transalpina, come il Guéranger e il Wolter, che una nuova fioritura benedettina fosse inscindibile dalla riscoperta della ‘stabilitas loci’ del monaco, intesa come regime permanente e quadro materiale di vita in mezzo al quale attualizzare il senso dell’esclusiva appartenenza a Cristo, condussero al recupero dell’altro correlativo principio, quello della “paternità spirituale”dell’abate e del carattere vitalizio del suo ufficio. (cfr. Bedonelle G. Paris, Ed. du Cerf. 1991, pp.207-215. Salmon, L’abbé dans la tradition monastique, cit. pp.140-142).
Il nuovo regime di governo presso gli Olivetani.
Presso gli Olivetani il nuovo regime di governo venne adottato nel 1886, al termine di trentasei anni di discussioni sulla magna quaestio della riforma delle Costituzioni. (cfr. O. Donatelli, Le costituzioni olivetane del 1886 e il contributo dei due Schiaffino, in Placido Maria Schiaffino (1829-1889) monaco e cardinale- Atti del X incontro di Monte Oliveto 22-23 settembre 1989, Siena, Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, 1991, pp.76-98).
Due tendenze opposte si confrontarono e resero incerto l’esito fino all’ultimo: quella maggioritaria, capeggiata dal restauratore dell’osservanza Giovanni Schiaffino, che voleva rispettare il corpo degli statuti precedenti e non intendeva “profanare” una consolidata tradizione olivetana, l’altra minoritaria, promossa dal generale Placido Schiaffino che sotto l’influsso delle esperienze di Solesmes e di Beuron, avvertiva la necessità di porre alla base della ricostruzione normativa la regola.
Se storicamente avviciniamo i più influenti riformatori della vita monastica nell’ottocento e cioè il Guéranger per Maredsous anno 1872 e i fratelli Wolter Mauro e Wolter Placido per Beuron nel 1863, scopriamo che furono personaggi estranei per formazione alla tradizione monastica o avevano un limitato bagaglio di conoscenze e di esperienza benedettine.
Se Guéramger operò in una situazione di piena libertà dal potere politico, i due fratelli Wolter rimasero sotto la protezione della nobiltà e dello stesso imperatore.
L’influsso che i Wolter esercitarono su Placido Schiaffino fu determinante per la Congregazione Olivetana. La convergenza verso una comune base culturale e spirituale ebbe un’importanza decisiva che rafforzò la loro iniziativa individuale. Vollero ridefinire l’identità distintiva dell’ordine benedettino in termini di una radicale presa di distanza dall’esperienza congregazionale e di un forte recupero di quello che si riteneva l’ideale monastico “originario” identificato con il modello benedettino del XII secolo.
Ma questa scelta portò ad una contraddizione. Venne elaborata una dottrina monastica che si avvaleva al tempo stesso di elementi tradizionali e originali, in cui prevaleva nettamente un’ecclesiologia medievale sulla spiritualità tridentina, le forme organizzative di tipo paternalistico ed autocefalo su quelle rappresentative, l’orientamento di vita contemplativa su quella attiva degli altri ordini, la celebrazione liturgica sulle attività caritative.
E’ certo che anche la convinzione della curia romana, subordinava il significato della vita contemplativa degli ordini religiosi ai compiti di carattere pastorale ed educativo.
Lo scarto evidente tra le direzioni strategiche intraprese dai vertici ecclesiastici e l’aspetto costitutivo della propria identità contemplativa, portava a privilegiare gli Ordini di vita “mista”, sia perché tale era lo spirito”del secolo presente” e anche perché lo spirito di contemplazione e di fervore si era illanguidito.
Concludendo, dalla seconda metà dell’ottocento sarebbero superate le ragioni di un condizionamento, proveniente dalla divisione politica in stati regionali, ma la realtà di uno stato unitario e accentrato avrebbe favorito anche il pieno e libero esercizio di una Congregazione centralizzata.
mercoledì 28 aprile 2010
martedì 9 marzo 2010
San Benedetto a Porta Tufi a Siena (1322 – 1808)
Già esisteva vicino e fuori porta Tufi una chiesa dedicata a San Frediano, costruita circa l'anno 797 da Donna Maria Bisdomini, come appare nelle Cronache di Siena nei manoscritti presso gli Eredi dell'eruditissimo Signor Umberto Benvoglienti. a foglio 24.
Il primo monastero che fu accettato dal beato Bernardo Tolomei fu quello di San Benedetto a Porta Tufi fuori di Siena, nell'anno 1322, lo aveva messo a disposizione Bonaventura di Valcherino (o Gualcherino), gentiluomo terziario francescano e in seguito rettore dello spedale della Casa della Misericordia. Lui stesso aveva cominciato a fabbricarlo, fuori di porta Tufi, e fu intitolato a S. Benedetto.
I monaci di S. Benedetto godettero ben presto di tanta stima, che fin dai primi tempi, fu introdotto presso il Comune l'uso d'invitarne due per assistere alle periodiche elezioni dei magistrati della Repubblica.(Così dice il Lancellotti, op. cit. p.117)
Il 31 ottobre 1338 annotiamo l' Intervento dei monaci di Monte Oliveto e di S. Benedetto di Siena per difendere i propri diritti a riscuotere la "quarta mortuorum", davanti all'autorità vescovile. (Reg. Oliv. I,11).
L'edificazione delle mura di Siena e sviluppo cittadino nei primi decenni del '300.
Proprio nei primi due decenni del trecento, data la prosperità della città e il suo notevole incremento demografico, si dette l'avvio ad un progetto grandioso, il maggiore in estensione di tutta la storia senese, che oltre a borghi nuovi, incluse anche estesi spazi verdi che potevano consentire una maggior autonomia in caso di assedio e soprattutto offrissero zone vergini allo sviluppo edilizio.
Le ragioni della costante espansione della città in atto agli inizi del Trecento sono da ricercarsi quindi negli effetti dell'immigrazione, alla quale probabilmente dettero un non piccolo contributo gli operai incaricati dei nuovi lavori della fabbrica del Duomo, della sistemazione stradale, della manutenzione delle fonti, della costruzione del palazzo Comunale e di tutti quei lavori di pubblica utilità che caratterizzarono il governo dei Nove.
L'incremento demografico e l'espandersi dell'area urbana acquistano un particolare interesse inquadrati nella totalità della vita economica senese del Trecento.
L'aumento della popolazione documentata per i primi decenni del secolo, coincise infatti a Siena con un incremento della produzione industriale, soprattutto nella produzione e lavorazione laniera, con la possibilità di invenire numerosa la mano d'opera e quindi a prezzi più bassi e con un notevole sviluppo della domanda interna.
Del 1323 sono le mura nel tratto di Val di Montone, con la sistemazione della porta nel 1326, anno in cui avvenne anche la progettazione generale di tutto il nuovo tracciato di mura, dalla porta di Ovile a quella di San Marco, quindi da Follonica fino a sant'Agostino, porta Tufi.
Era un progetto di largo respiro che veniva ad ampliare la città e ad offrire nuovi spazi urbani verso sud, sud-ovest. Non era solo il Comune che programmava questo tipo di espansione, ma era la popolazione stessa a non sentirsi sufficientemente sicura dal lato di Camollia che non era protetta da solide mura, mentre se pur all'esterno alle mura, si formavano insediamenti proprio a sud, con un senso di tranquillità e prosperità là dove la città si apriva verso la soggetta Grosseto e verso la Maremma, dalla quale si incoraggiava addirittura l'immigrazione.
La testimonianza diretta di frequenti richieste di cittadinanza presentate da abitanti del contado al Consiglio della Campana, come pure, le registrazioni di nuove case nella Tavola, trovano risposta nel 1329 con la facilitazione offerta dal Comune, relativamente verso i meno abbienti, con la modifica del sistema di tassazione dei nuovi cittadini.
Infatti per statuto ogni nuovo cittadino, all'atto della presentazione della richiesta di cittadinanza, doveva impegnarsi alla costruzione di una abitazione propria del valore di almeno 100 lire nella città o nei suoi borghi, e questo provvedimento certamente riusciva ad evitare la lievitazione degli affitti che sarebbe seguita alla maggiore richiesta di alloggi ed allo stesso tempo si operava così una sorta di selezione dei nuovi cittadini.
Ecco poi l'espansione anche nel borgo di San Maurizio, il borgo di Abbadia Nuova, e in questo senso la costruzione di questa cinta trecentesca sembra voler almeno in parte precedere lo sviluppo anche urbanistico di questo territorio, quasi a ventaglio lungo la direttrice esterna di ciascuna delle porte.
Proprio nei primi due decenni del trecento, data la prosperità della città e il suo notevole incremento demografico, si dette l'avvio ad un progetto grandioso, il maggiore in estensione di tutta la storia senese, che oltre a borghi nuovi, incluse anche estesi spazi verdi che potevano consentire una maggior autonomia in caso di assedio e soprattutto offrissero zone vergini allo sviluppo edilizio.
Proseguendo i lavori si arrivò alla realizzazione delle mura fino a Porta Tufi-Porta San Marco.
Queste mura furono terminate nel 1415.
I frati di San Simone avevano costruito nel 1378 l'arco sulla strada per sorreggere la propria chiesa, e così funzionava come antiporto della città, e con il completamento di questo tratto di mura si raggiunse finalmente quella grossa meta di chiudere il semicerchio dalla chiesa di Santo Spirito fino alla porta Laterina e all'aggancio con le mura di Fontebranda.
Nel 1416 iniziarono i lavori per il completamento dell'ultimo tratto delle mura senesi, quello appunto che avrebbe racchiuso la zona di Follonica e la chiesa di san Francesco.
Se la zona di Follonica non ha mai subito un processo di urbanizzazione, si ha però notizia che nel 1322 certe persone "... hedificarunt extra portam Saancti Johannis Battiste", nel 1347 vi vennero trasferiti certi laboratori dell'arte dei pizzicagnoli proprio perché "extra portam Provenzanam usque planum Follonice ex utraque parte vie ubi sunt cantine (…) sit locus solitarius ab abitationibus (Consiglio Generale 97, c.84v., 1322 agosto 19; 140, c. 10 v., 1347 gennaio 26).
Il 9 marzo del 1383 si ribadì l'inesistenza di mura nel terzo di San Martino, dalla chiesa di santo Spirito a porta Busseto. Nel 1408 finalmente " E' sanesi ferono murare le mura drento a Santo Spirito, cioè drento a santo Giovanni" operando cioè il completamento di questo tratto fino a congiungerlo con le mura interne di Follonica, utilizzando tra l'altro, secondo una pratica piuttosto diffusa nell'epoca, i materiali di recupero di certe case distrutte dei Malavolti.(cfr. Paolo di Tommaso Montauri, Cronaca senese, cit. p. 764.
L'ubicazione per fissare la lira non sempre corrispondeva con l'ubicazione del luogo del popolo parrocchiale.
- Le mura iniziate con un progetto di grandissimo respiro nel 1326 furono inizialmente importanti per il controllo delle merci in transito, e quindi per una ragione di tassazione o gabella, e nello stesso tempo diventavano il simbolo della dignità della città e l'espressione del suo volontario isolamento dal mondo circostante e in seguito risultarono opere veramente necessarie per la difesa da bande mercenarie.
Come ammiriamo dall'immagine del Buongoverno del Lorenzetti l'alta cinta di mura divide nettamente in due la città dall'alto verso il basso, e oltre le mura c'è la campagna ben distinta dalla città, ma comunicante con essa attraverso la porta dalla quale transitano muli carichi di merci.
Fa impressione costatare che solo verso il 1371-1383 si presero provvedimenti per completare la cinta del tratto ovest delle nuove mura. Infatti la cinta muraria restava ancora aperta da un lato e quindi incompleta fino al 27 settembre 1371 quando il Consiglio Generale della Campana stabilì di costruire "super fosso cavalcante terzeri Sancti Martini, videlicet ab Abatia Nova ad Ecclesiam fratrum Sancti Spiritus" (A quel giorno il monastero di san Giovanni al Piscione era già dal 1353 unito a Santo Spirito tenuto ancora dai Silvestrini ( prima dei domenicani).
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Bibliografia e fonti:
Nel 1347 era priore Fra Geronimo di ser Sozzo di Siena.
TAVOLA delle Possessioni: Anni 1316-1320
-Volumi rimasti 144:
1-92 : Possedimenti dei proprietari del Contado,
93 : Immobili del contado - del 1665
95-144 : Beni degli abitanti della città
- Dei volumi che mancano sono quelli contenenti la lira di:
- Abbazia all'Arco,
- Stalloreggi di fuori,
- Abbazia Nuova di sopra,
- Castel Montone,
- San Maurizio di fuori.
- Biccherna: vedi i registri dal 1307 al 1354: promesse di costruzione di edifici.
- Vedi le Cronache senesi di - Agnolo di Tura ecc. per la storia delle costruzioni delle chiese e di edifici pubblici, l'incremento demografico.
Atti notarili di San Benedetto : F O N T E S
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Ecco la descrizione dei documenti:
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Dai documenti citati in occasione degli scavi per cercare le ossa del B. Bernardo Tolomei abbiamo trovato citato le seguenti date con i rispettivi fatti storici:
Sono documenti che provengono anticamente dal monastero di San Benedetto di Siena a Porta Tufi, e che si trovano citati e in transunto trascritti nel volume manoscritto da Don Ippolito Piccolomini nel 1774 per il monastero di San Benedetto e ai quali si fa riferimento anche nelle descrizioni in ordine alfabetico UU nello stesso .
Ecco l’elenco dei documenti:
B 1
B 2
B 3 1339.12.01: Ego domina..filia de Sancto
B 4 1388
1338 - Ser Giovanni del già Ser Ranucci di Ventura . B 5 - UU f. 42 fac. 2
1339 - Guido del già Giovanni detto il Porco B 6 - UU f. 43
1363 - Brizzo del già Pavolo e Ser Bartolomeo 1368 . B 7 - UU f. 43 fac. 2
1364 - Ser Francesco del già Lando . B 11 - UU f. 44.
1368 - Ser Bartolomeo del già Pavolo. B 8 - UU f. 43 fac. 2.
1369 - Ser Nino del già Ser Domenico di Nino . B 16 - UU fo. 47.
1374 - Ser Francesco del già Lando di Ser Mino di Ima B 12 - UU f. 45.
1379 - Ser Salerno del già Giannino. B 17 - UU fo 47 fac. 2.
1400 - Ser Bonfilio da Corsignano. B 28 - UU f. 53 fac.2
1405 - Gregorio XII concede la chiesa di S. Teodoro B 30 – UU f. 54
1408 - Ser Lorenzo di Ser Lapo, in Pantaneto B 29-UU 53
1419 - Ser Giacomo di ser Francesco di ser Nino di Tura B 33- UU a fo 55
La serie degli atti notarili in carta pecora che si trovano nell’archivio di Monte Oliveto denominato DIPMOM B (diplomatico dell’archivio generale di Monte Oliveto, serie B)
Sono documenti che provengono anticamente dal monastero di San Benedetto di Siena a Porta Tufi, e che si trovano citati e in transunto trascritti nel volume manoscritto da Don Ippolito Piccolomini nel 1774 per il monastero di San Benedetto e ai quali si fa riferimento anche nelle descrizioni in ordine alfabetico UU nello stesso .
Ecco la descrizione dei documenti:
1338 Eredità di Ser Sozzo per Fra Girolamo B 5 UU a fo 42 fac 2
Pervenne al Monastero di San Benedetto l'eredità di Ser Sozzo mediante la persona di Fra Girolamo monaco, avendo il monastero suddetto preso il possesso di un pezzo di terra, vigna e bosco con Casa, Capanna e cisterna in Corte di Cerbaia detto Rasa, confinante da due parti la via e da altra Mignanello d'Andrea Mignanelli, sotto rogito di Ser Giovanni del già Ser Ranuccio di Ventura, come al Contratto sciolto in Cartapecora segnato B.5 ed al Libro segnato UU. a fo. 42 fac. 2.
La sopraddetta possessione non si possiede dal Monastero nè se ne trova la vendita.
Ser Giovanni del già Ser Ranucci di Ventura.
1339/8/ 7 Donazione di grano: 125 moggia B 6 - UU f. 43
Nell'anno 1338 Misser Niccolò del già Giotto de Ragnoni donò al Monastero di San Benedetto moggia centoventicinque di grano cedendo tutte le ragioni delle medesime, che gli potevano competere e gli si competevano contro Galletta suo figliolo emancipato e che detto suo figlio lo doveva dargli per tutto il tempo di sua vita dei frutti e rendite di certe possessioni poste nella Corte del Sasso di Maremma, sotto rogito di Guido del già Vanni detto il Porco, come appare al Contratto sciolto in carta pecora segnato B. 6 ed al Libro segnato UU a fo. 43.
"Ego dominus Niccolaus miles filius quondam Grotti de Ragnonibus de Senis per me ipso et omni jure via et in quibus possum tantum donationis inter vivos. Ita per aliqua ingratitudine vel offensam vel alio modo renueri non possit plene libere et simpliciter do et dono vobis fratri Bareta Comes Mini de ordine fratrum Sancte Marie de Monte Oliveto prope senas recte et stipulanti pro domino Abbate monasterio Capitulo conventu et fratribus Sancte Marie de Monte Oliveto et eorum fraturm vice et nomine nominum infrascriptorum et ex eorum et totum do cedo et concedo vobis... dictum est et in dictum dominum abbatem Monasterii Capituli Conventus et fratrum per ..omnia et singula jura et actiones et petitiones et pignora obbligationes reales et principales...directas tacitas ex expressas sine mixtas et omnes alias que et quas...
..mediorum frumenti boni puri et necti ad rectum starum comitatus Sen. sine malitia de summa et quantitate eorum usum fructuum reditum sen. proventum quod dictus Galletta in dare et tradere tenetur debet et promisit toto tempore vite sue per usum fructum et reditum..et possessiones posite in castro Sassi Umbronis comitat Sen. et dicte curie. Pérout de pactis latius dicitur...
..Preterea ego notarius infrascriptus percepi nomine Ture et...sta. sen. dicto domino Niccolao donationis prope...predicta omnia et singula confiteor per hoc instrumentum et omnia singula observar. de ipso abbati fratribus Monasterio Capitulo et Conventu Sen. is per singula vel singuli consensuit et promisuit in...
Actum in claustro sancti Benedicti Sene de Monte oliveto posito extra portam de Tufis prope Senas coram fratre Ristoro Balducci, fratre Bencivenne, Johannis de dicto ordine, Magistro Lando Magistri Cennis et Salvi Accorsini tantum presentibus et rogatis.
Ego Guido not. filius quondam Vannis vocatus Porci predictis omnibus interrogatus et ea rogatus...
Guido del già Vanni detto il Porco.
1363 Donazione di 25/720 parti da Giovanni Ragnoni B 7 - UU f. 43 fac. 2
Da Giovanni del già Lando di Giotto Ragnoni e da Donna Filippa del già Figo di Leo sua moglie fu donato al Monastero di San Benedetto 25 delle 720 parti dell'infrascritti stabili, sotto rogito di Ser Brizzo del già Pavolo; cioè una casa posta nel Popolo di San Martino, confinante da uno la strada maestra, da latro il chiasso, e da due gli Eredi di Donna Checca del Priorino; tutta la parte e ragioni che avevano di certe Case basse colle Botteghe, poste in detto Popolo, confinante da due strade e da un' altra Francesco di Arrigo di Cione Ragnoni; tutta la parte e ragioni che gli si competevano di certa Bottega in Contrada di Parrione, confinante colla strada di Parrione, con Francesco di Biagio Piccolomini e cogli Eredi di Ragnuzzo Ragnoni come al Contratto sciolto in Cartapecora segnato B 7 e al libro segnato UU a fo. 43 fac. 2.
La predetta Donna Filippa conferma la sopraccennata donazione l'anno 1368 sotto rogito di Ser Bartolomeo del già Francesco di Tellino, come al Contratto sciolto in Cartapecora segnato B, primo, ed al Libro segnato UU a fo. 41.
Li sopraddetti Beni non si possiedono presentemente dal Monastero, ne si trova la di loro alienazione.
Ser Brizzo del già Pavolo e Ser Bartolomeo 1363.
1368 Eredità di Giovanni d'Andreuccio e Niccolosa B 8 - UU f. 43 fac. 2
Pervenne al Monastero di San Benedetto la metà dell'Eredità di Giovanni d'Andreuccio e di Niccolosa sua moglie per la persona di Fra Niccolò Monaco loro figlio, spettandosi l'altra metà per indiviso a Giovanni di lui fratello germano sotto rogito di Ser Bartolomeo del già Pavolo, come al Contratto sciolto in Cartapecora segnato B 8, e al libro segnato UU fo. 43 fac. 2.
Non si trova memoria di quello pervenisse al Monastero per la detta Eredità.
Ser Bartolomeo del già Paolo
B 9
B 10
1364 Testamento di Donna Pia Tolomei:700 fiorini B 11 - UU f. 44
Donna Pia di Mino di Missere Stricca Tolomei, vedova di Misser Gualtieri Piccolomini fece testamento sotto rogito di Ser Francesco del già Lando, nel quale lassò tutte le sue doti ascendenti alla somma di fiorini settecento d'oro, la metà di essi a Milia, di poi Suor Orsola Monaca in Santa Marta. L'altra metà a Fra Antonio monaco non professo di San Benedetto, come si legge al Contratto sciolto in Cartapecora, segnato B 11, ed al Libro segnato UU a fo. 44.
Ser Francesco del già Lando.
1370 Testamento di Giovanni di Ser Dino:500 fior. B 16 - UU fo. 47
Giovanni del già Ser Dino per suo testamento, rogato da Ser Mino anzi Nino, del già Ser Domenico di Nino notaro, lasciò fiorini cinque d'oro ogni anno in perpetuo al Monastero di San Benedetto, da pagarsi dallo Spedale di Santa Maria della Scala, a cui ordinò, che dai suoi eredi se gli desse per tale effetto un Podere di valuta fiorini settecento d'oro, ed in caso, il detto Spedale lo ricusasse, ordinò, che fosse dato alla Compagnia della Vergine Maria, e quando essa pure non l'accettasse dovesse detto Podere darsi ai Frati di Sant'Agostino, ed altri Religiosi dichiarati in detto testamento, come appare al Contratto sciolto in Cartapecora segnato B 16 ed al Libro segnato UU a fo. 47.
Il sopraddetto annuo Legato di fiorini cinque d'oro, non solo non si esige, ma neppure si trova, che per l'addietro sia stato esatto.
Ser Nino del già Ser Domenico di Nino.
1374 Testamento di Donna Margarita Buonsignori B 12 -UU f. 45
Donna Margarita figliola del nobil Cavaliere Misser Filippo di Misser Niccolò Buonsignori, moglie del nobil uomo Neri del già Cecco de Baschi, denominato Neri della Contessa per suo testamento sotto rogito di Ser Francesco del già Lando di Ser Mino di Ima lasciò al Monastero olivetano di San Benedetto fiorini seimila quattrocento d'oro e per la riscossione di esso Legato fu fatto il mandato dal detto Monastero a più persone acciò potessero risquotere dai Signori Regolatori, i Camerlengo di Biccherna ogni quantità di denaro da esso Comune dovuto alla predetta donna Margarita per cagione particolarmente dell'obbligazione fatta dal Magnifico Conte sanese, del già Conte Stefano de Conti di Santa Fiora della predetta somma, dovutagli dal detto Comune di Siena per le rendite e proventi della Terra di Magliano, e dal predetto Monastero veniva asserito spettargli detto Legato in vigore del sopraccennato testamento, e del mandato fatto del detto Monastero se ne rogò Ser Francesco del già Ser Mino di Tura, come al Contratto sciolto in cartapecora segnato B 12 ed al Libro segnato UU a fo. 45
Ser Francesco del già Lando di Ser Mino di Tura.
1379 Eredità di Fra Bartolomeo di Piero Ciani: 140 fiorini B 17 - UU fo 47 fac. 2.
Fiorini centoquaranta pervennero al Monastero di San Benedetto per l'eredità di Fra Bartolomeo di Piero Ciani, e per l'esazione dei medesimi fu fatto il mandato a più persone dal predetto monastero, sotto rogito di Ser Salerno. del già Giannino, come al Contratto sciolto in cartapecora, segnato B 17 ed al Libro UU a fo. 47 fac. 2
Ser Salerno del già Giannino
B 20 “In choro Ecclesiae novae maiori..”
1389 Testamento di Simone Chiavaro :Una casa B 25 - UU fo. 51 fac. 2.
Simone Chiavaro del già Bianco per suo testamento di detto anno lasciò al Monastero di San Benedetto una casa per indiviso, posta nel Popolo di San Martino di Siena, come appare al contratto sciolto in cartapecora segnato B 25 ed al Libro segnato UU a fo. 51 fac. 2.
La sopraddetta casa non possiede dal Monastero ne si trova l'alienazione.
1392 Testamento di stabili:Misser Lottorengo
Misser Lottorengo di Bindi Tenghi Rettore della Casa della Misericordia per suo testamento di detto anno 1392 lasciò erede il Monastero di San Benedetto Olivetano, a cui pervennero per detta Eredità l'infrascritti stabili ed obblighi:
Poderi due nel Popolo di San Lorenzo a Pilli.
Podere uno nelle Masse di Siena nel Popolo di Santa Agata, confinante colla Porta Giustizia della detta città di Siena.
Li sopraddetti Poderi non si possiedono presentemente dal Monastero ne si trova l'alienazione di essi.
1400 Legato di Neroccio Piccolomini . B28 - UU f. 53 fac.2
Legato di Fra Neroccio di Gabriello Piccolomini monaco novizio fatto al Monastero di San Benedetto per suo testamento rogato da Ser Bonfilio di Luca da Corsignano d'un podere posto a Radi di Creta, come appare dal Contratto sciolto in carta pecora segnato B 28 ed al Libro segnato UU a fo. 53 .
Il suddetto podere non si possiede dal Monastero, nè si trova l'alienazione.
Ser Bonfilio di Luca da Corsignano
1408 Donazione di Duccio del Paniccia di Casa B 29 - in Pantaneto UU fo. 53
Duccio del già Jacomo del Paniccia donò al Monastero di San Benedetto la sesta parte d'una casa posta in Siena in Pantaneto coll'obbligo ingiunto al Monastero di dovergli dare ogni anno sua vita durante fiorini tre d'oro, ovvero stara dodici di grano sotto rogito di Ser Lorenzo di Ser Lapo, come al Contratto sciolto in cartapecora segnato B 29 ed al Libro segnato UU a fo. 53 fac.2.
Non si possiede dal monastero, ne se ne trova l'alienazione
Ser Lorenzo di Ser Lapo,
1405 17 dicembre: B 30 UUU f. 54
Gregorio XII concede la chiesa di S. Teodoro a S. Benedetto. questa chiesa era posta nel poggio in faccia al finestrone contiguo all'appartamento del Rev.mo Padre Abate pro tempore e nel 1410 da l'autorizzazione a poterla demolire perché cadente e nel 1443 l'atra concessione di potersene servire di quel materiale per costruire una cappella dedicata a S. Teodoro, essendone in possesso già da 38 anni (= dal 1372). Le rendite di quella chiesa non eccedevano la somma di fiorini dugento cinquanta d'oro, come appare per Bolla esistente tra i Contratti sciolti in cartapecora segnata B 30 e al libro segnato UU a fò 54.
1419 Legato di Ser Nofrio del Pastella B 33- UU a fo 55
L'anno 1419 Ser Nofrio del già Maestro Cecco Pastella Rettore di San Pietro a Paterno per suo testamento di detto anno sotto rogito di Ser Giacomo del già Ser Francesco di Ser Nino di Tura cedè al Monastero di San Benedetto le ragioni, che esso poteva avere sopra il Mulino di Rapolano, acciò li Monaci potessero far terminare il chiostro (di San Benedetto) già cominciato come appare al Contratto sciolto in Cartapecora segnato B 33 ed al libro segnato UU a fò 55.
Non si possiede dal Monastero ne se ne trova la vendita.
Ser Giacomo di ser Francesco di ser Nino di Tura.
B. n.38 il 13 agosto 1466 (Libro VV a pag. 57)
1443 Eredità di Fra Sebastiano UU fo. 172 fac. 2 - R a fo.75
L'anno 1443 pervenne al Monastero di San Benedetto l'eredità di fra Sebastiano di Martino di Bartolomeo da Sciano Pittore in vigore del suo testamento fatto in detto anno, quale eredità consiste nell'infrascritti stabili. Ordinando che il Podere della Pieve di San Giovanni in Vescona corte di Asciano di detta eredità non si potesse mai vendere, ed il detto testatore era monaco di Monte Oliveto, come al Libro segnato UU a fo. 172 e al libro Rosso R a fo. 75 fac. 2.
Il suddetto Podere fu venduto l'anno 1749 per fiorini trecento trentacinque a Ser Antonio Campana (Notaio) come si legge al libro segnato AA a fo. 95 e rinvestito parte di detto denaro nella compra fatta dal detto Monastero di un Podere a Casale, come in detto Libro a fo. 95 fac. 2.
Altro Podere posto in Corte di Montecchiello detto il Palazzetto.
Il sopraddetto Podere fu permutato nel podere di San Giorgio posto in corte di Petroio confinante con i beni di sant'Anna, collo Spedale di Santa Maria della Scala come si legge al libro segnato UU a fo. 172, e al libro rosso segnato R. a fo. 75 fac. 2. E la detta permuta fu fatta collo Spedale sopraddetto.
Una vigna posta nelle Masse di Siena nel Comune di Vignano. R 39
La predetta vigna fu venduta dal Monastero di San Benedetto l'anno 1445 per fiorini Centosessanta ad Ambrogio di Nuto di Piero Pannellini come al Contratto sciolto in cartapecora segnato B 39, ed al Libro segnato UU fo. 57 fac. 2 ed al libro rosso segnato R a fo. 75 fac. 2.
Una casa posta in Siena in Contrada di Salicotto.
La sopraddetta Casa fu venduta dal Monastero per fiorini dugentoventicinque a Ser Pavolo di Piero da Asinalonga sotto rogito di Ser Mino Ciceschi come nel Libro segnato UU a fo. 172 ed al libro rosso segnato R fo. 75 fac. 2.
Lire ottocentoquaranta e soldi otto di denari nel Monte di Siena, mobili ed altre cose, delle quali non ne apparisce memoria come al libro segnato UU fo. 172 ed al libro rosso segnato R fo 75 fac.2
1456 : Oblato e offerta di Mattia di Luca di Pompea B 35.
1452 Legato di Bartolomeo di Francesco : 50 fiorini B 36 - UU fo 56
L'anno 1452 furono lasciati fiorini cinquanta al Monastero di San Benedetto per Legato di Bartolomeo di Francesco, per suo testamento dona 50 fiorini;
rogato da ser Antonio del già Ser Giovanni, come al Contratto sciolto in cartapecora segnato B 36 ed al Libro segnato UU fo. 56
Ser Antonio del già Ser Giovanni.
1453 Legato di Onofrio Nota di 400 fiorini B 37 - UU a fo. 57
L'anno 1453. Legato di fiorini quattrocento fatto al Monastero di San Benedetto da Onofrio di Cecco notaro per suo testamento con alcuni pesi, quali per essere gravosi furono per Bolla di Niccolò soppressi col consenso delle Parti, esistente detta Bolla tra i contratti sciolti in cartapecora sotto il B 37 ed al libro segnato UU a fo. 57.
Onofrio di Ceco not.
1455 Legato di Fiorini 700 di Rinaldo di Rinaldo R a fo 109
L'anno 1455. Legato di fiorini 700 dico settecento fatto al Monastero di San Benedetto da Rinaldo di Rinaldo di Marco Pecci nel di lui testamento di detto anno esistente nell'archivio dello Spedale di Santa Maria della Scala, da pagarsi dallo Spedale predetto al suddetto Monastero doppo l'estinzione di detta sua linea mascolina de' Pecci, nel qual caso chiamò suo erede il detto Spedale della Scala.
Memoria di detto Spedale.
La discendenza mascolina di detto Pecci terminò nei figlioli di Alessandro, di Antonio Maria, di Jacomo, di Antonio Maria di Rinaldo, di Jacomo, di Misser Rinaldo, di Rinaldo di Marco Pecci, e detto Alessandro risiedè nel Supremo Maestrato l'anno 1601
- Il Monastero di San Benedetto sino al presente anno 1734 non ha ricevuto cosa alcuna di detto Legato per non avere avuto notizia della terminata Descendenza mascolina predetta, sono ne presenti tempi come più lungamente apparisce delle cose predette dal Libro segnato UU a fo. 186 ed al Libro rosso segnato R a fo. 109 ed al Libro MM a fo. 422.
1456 1466 13 agosto (Libro VV a pag. 57) B 38 Oblato e offerta di Mattia di Luca di Pompeo B 35 UU 56 - R fo 70
L'anno 1456 Mattia di Luca di Pompeo si fece Oblato del Monastero di San Benedetto ed in tale occasione offrì e donò al medesimo tutta la sua robba sotto rogito di Ser Luca di Nanni, come al Contratto sciolto in cartapecora segnato B 35 ed al Libro segnato UU a fo. 56, ed al Libro rosso segnato R a fo. 70.
Non ostante la revoca di detta Donazione ed Oblazione il monastero di San Benedetto rimase Erede dei beni di detto Mattia in vigore del di lui testamento fatto l'anno 1447 sotto rogito di Ser Luca di Nanni, come al libro segnato UU a fo. 56 dal libro rosso segnato R a fo. 70 e seguenti; avendo sopra tal causa scritto a favore del Monastero li famosissimi, insigni ed eruditissimi Dottori Mariano Sozzini, Bartolomeo Sozzini, Filippo Corneo e Gio.Batta Caccialupi e Tommaso Docci. come ai libri rosso segnato R a fo. 70 e seguenti ed al libro segnato LL a fo. primo e seguenti, nel secondo libro dei quali vi sono in Consulti originali.
Ser Luca di Nanni
1445 : Vendita della vigna nel comune di Vignano per fiorini 160 ad Ambrogio di Nuto di Piero Pannelini.
n. 1034DOM 1382 dicembre 31, casella 1086 B 40, n. 1021, c. 19r (alla data)Luca figliolo di Giovanni, detto Pignatta, da Radicondoli fa quietanza a Giovanni di Feo di Nardo ed a Felice di ser Lorenzo, speziale, per conto d'una casa vendutagli nella contrada del Casato di Sopra, alla quale confinano i frati di Monte Oliveto, come per rogito di ser Pietro di ser Domenico Nini notaro.Rogato in Siena da Giovanni del già MINUCCIO, presenti maestro Agostino di Muccio e Nuccio di Bino dal Monastero di Sant'Eugenio.
1469 B n. 43 : 10 ottobre 1469: Liberazione dal giuspatronato ottenuto nel 1372 per la costruzione della cappella da parte dell'egregio Signor Giacomo del Signor Marco di Siena.
1475 Libro AA fo. 43 fac Ser Bartolomeo da Grosseto
1484 AA fo. 65 fac. 2 Ser Bartolomeo di Filippo Ballati
Storia della fabbrica di San Benedetto e Spese di rilievo
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Dal Libro Ricordi A rileviamo a fò.23:
" L'anno 1443 da Eugenio IV fu concesso al monastero di San Benedetto di potersi servire dei materiali della Chiesa rovinata di San Teodoro posta sul poggio in faccia al Finestrone vicino alle camere del Rev.do Abate pro tempore del Monastero suddetto, alla condizione che in detta chiesa di San Benedetto in luogo ad essa vicino fosse fabbricata una cappella ex altare di San Teodoro, Il 26 gennaio 1462 (f.23) ci fu un Mandato di procura emesso dal capitolo monastico di S. Benedetto di Siena. (Reg. Oliv.II,37) e l'anno 1466 fu adempiuta tale spesa, come apparisce dalla carta pecora sciolta (segnata B.38) esistente tra Contratti sciolti in carta pecora e il ritratto d'essa al nostro Libro VV. à fò 57.
- Nel 1472 fu rifatta la mattonatura del chiostro con 3575 mattoni a £ 10 f. 10 il migliaio. (Libro AA a fo. 33).
- L'anno 1473 furono spese lire centocinquantaquattro per lavoro della Pila da lavarsi le mani che era lunga due braccia, alta e lunga quarti due con altre cose, /come al libro segnato AA. fo. 21 fac. 2).
- L'anno 1486 fu fatto accordo con le monache di Santa Maria Maddalena per le miniature delle lettere dei due libri del Coro per capi 63 grandi a soldi quattro l'uno, per capi 348 piccole a soldi 60 il cento, (come al libro Segnato DC. dell'anno 1475 a fo. 140).
- L'anno 1486 a Don Bernardino da Cremona furono pagate lettere 125 fatte nel Salterio del Coro a soldi tre l'una, e 2100 lettere piccole colorite d'azzurro e cinabro a lire tre il cento, come al libro segnato AA a fo. 77 fac. 2 e fo. 78.
- L'anno 1492 . Nella chiesa di San Benedetto fabbricata da Maestro Giuseppe da Piacenza, fu speso la somma di lire mille trecento settanta cinque, soldi 156 (come al libro segnato AA a fo. 96).
- Libro AA pag. 92 : Anno 1492: Fabbrica e restauro della chiesa che era stata progettata da Francesco di Giorgio Martini.
- L'anno 1496 fu fatto il Campanile della Chiesa di San Benedetto, lavorato dal Maestro Antonio Frissa al quale fu dato lire cento e a Maestro Giovanni Compagno ducati nove e mezzo per mesi due e mezzo per loro lavoro (come al libro segnato DC, dell'anno 1495 a fo. 12).
- l'anno 1509 fu fatta la muraglia lungo la strada cominciando dal confino del podere delle Monache di Santa Maria Maddalena sino alla Piazza della Chiesa e fu terminata il 10 luglio, a contemplazione del Mag.to Pandolfo Petrucci e costò lire 483 ( come al libro segnato AA a fo. 153).
- L'anno 1524 fu fatta la Grillanda di marmo al lavamani del Refettorio e costò lire dugentotrentotto e soldi 5 come al libro segnato DC del 1522 a fo. 42
- L'anno 1514 e 1529 furono fatte le residenze del Coro esistente nella chiesa di San Benedetto e la residenza del celebrante. La messa cantata da Fra Girolamo da Verona olivetano, come si legge nel libro delle Croniche olivetane del Pre. Abate Don Secondo Lancellotti a fo 116.
- L'anno 1562 il 12 luglio per essere stato in gran parte distrutto dalle guerre il Monastero di San Benedetto fu rifatto lo scialbo e fatta la spesa della copertura dei tetti del Dormitorio dei Monaci, Celleraria e stalla (come al libro segnato SS. a fo. 25-26).
- L'anno 1580 fu fatto il chiostro maggiore tra la Chiesa e il refettorio dal Rev.mo Padre Abate Don Pio Nuti, abate generale Olivetano, dopo che la guerra l'aveva quasi interamente abbattuto , anche per mano dei cittadini stessi, perché non offrisse riparo al nemico, come al libro della fabbrica di detto Chiostro.
In seguito il 14 settembre 1596, l'abate Don Pio Nuti di Siena, già Generale, lasciò il governo di S. Benedetto di Siena e ritenne il titolo di abate di Sicille, per essere stato nominato spedalingo di S. Maria della Scala.
- Dal 1588 al 1599 fu fatto lo scialbo di tutta la chiesa (come al libro DC fo. 87).
- L'anno 1605 furono fatte le Residenze del Coro esistenti dietro all'altare maggiore e la spesa fu di scudi trecento come al libro dell'Entrata ed uscita del detto anno 1605, a fo. 90.
- L'anno 1605 fu fatto il muro in faccia al monastero che regge le terre del Poggio e la spesa fu di scudi centocinquanta, come al libro dell'Entrata ed uscita dell'anno 1605 al fo. 90
- L'anno 1624 furono fatte le Foresterie di sopra e di sotto del Monastero compresovi le due stanze del Padre Procuratore e quella di sopra e parimente la Tinaia del Padre Abate Don Vittorio del Testa Piccolomini, come al libro di detta fabbrica e memoria in lapide sopra la detta Foresteria, e ciò fu possibile con la vendita di alcuni bellissimi quadri di celebri Pittori fatta alla serenissima Casa dei Medici regnante, come si legge dalla Memoria in lapide posta sopra al piccolo atrio per dove si va in essa ed in faccia alla porta principale del Monastero.
- L'anno 1629 dal Padre Abate Don Vittorio del Testa Piccolomini fu fatta la spesa di scudi ottocento in argenteria e suppellettili della chiesa di San Benedetto col denaro concessogli ad uso suo, come al libro segnato MM a fo. 29 e 34 fac. 2 ed in questo medesimo Indice sotto la lettera A, alla parola Argenteria vi è la nota di tutto quello, che esso fu assegnato e donato al Monastero.
- L'anno 1633 furono fatti sei Candeliere, Croce e piede d'argento dal P. Abate Don Vittorio del Testa Piccolomini col denaro del suo uso e la spesa fu di lire tremilaventinove, come al libro segnato MM a fo. 31.
L'anno 1633 fu fabbricata da fondamenti la casa del Podere di sopra al Monastero di San Benedetto e la spesa fu di scudi trecentotrentatre sol. 15 come al Giornale del 1630 a fo. 375.
- L'anno 1633 fu fatto in quest'anno il Granaio nella piccola piazza della chiesa di detto Monastero in faccia alle stanze del P, Abate pro tempore e la spesa fu di lire mille ottocento nove e soldi 16, come al libro segnato MM a fo. 468 e fo. 469.
- L'anno 1637 fu fabbricata la Casa nell'Orto denominato presentemente Podere di sopra al Monastero, quale di presente si vede e la spesa fu di lire duemila dugento trentatre soldi 15 come al libro denominato Giornale del 1630 a fo. 375.
- L'anno 1636 fu fatto l’apparato de Corami nelle tre stanze dell'appartamento del Padre Abate locale e la spesa fu di lire milletrecentoquaranta sol. 11, come al libro delle uscite del 1629 a fo. 196.
- L'anno 1636 fu fatta la Campana maggiore e oltre il denaro somministrato da altri il monastero di San Benedetto vi spese scudi ottantasette, come all'uscita dell'anno 1629 a fo. 196.
- L'anno 1636 fu fatto il muro del gallinaio e la spesa fu di lire trecentonovantaquattro sol. 11 e 4 come all'uscita del 1629 a fo 196.
- L'anno 1653 furono fatti i setini di raso per la chiesa e costarono lire duemiladuecentodieci, come al libro dell'uscita del 1645 a fo. 233.
- l'anno 1664 furono fatti alcuni setini di raso per detta chiesa, e si vede il millesimo nelle arme esistente nei medesimi setini come all'uscita della sagrestia segnata A del 1644 a fo. 154 e la spesa fu di lire millecinquecento in circa fatta l'anno 1664.
- L'anno 1691 per un paro d'ampolline d'argento di peso once nove e denari dodici fatte dal Padre Abate Don Ippolito de Vecchi col denaro proprio in Roma scudi undici e baiocchi novanta, come al libro segnato MM a fo. 403.
- L'anno 1692 furono fatte dal Padre Abate de Vecchi quattro pianete di broccato, la spesa fu di scudi centosettanta romani come al libro rosso segnato R a fo 288, num. 2.
- L'anno 1692 fu fatto la Carta gloria, In principio e lavabo di pero con lastre e fogliami d'argento anzi di rame dorato dal predetto Abate da Vecchi e la spesa fu di scudi diciotto romani, come al libro rosso segnato R a fo. 290 num. 2.
- L'anno 1693 fu fatto il piede d'argento al Cristo di Corallo e costò detto piede piastre trentatre essendovi posto once trentatre argento dal Padre Abate de Vecchi, come al libro rosso segnato R a fo. 292 n: 3.
. L'anno 1693 fu fatta la volta al Campanile e la balaustrata di marmi nostrani dal P. Abate de Vecchi. La spesa fu di scudi Centoquaranta romani, e baiocchi ottanta come al libro rosso segnato R a fo. 292, num.2 e 3.
- l'anno 1693 fu fatto l'altare maggiore con la statua di San Benedetto e li quattro anheli di marmo di Carrara, lavorato e fatto dal Maestro Gio. Antonio Mazzuoli scultore senese come pure fu fatto il pavimento del coro r presbiterio e li scaloni dell'altare maggiore di marmo nostrano e la spesa fu fatta dal Padre Abate de Vecchi col suo denaro ne vi è memoria a quanto ascendesse la spesa, del tempo poi e da chi fu fatto la spesa apparisce dalla memoria posta nella finestrella dell'altare maggiore.
- L'anno 1700 furono fatti altri sei candelieri, Croce e piede d'argento di peso libbre quarantatre e once otto, a lire sette e mezzo l'oncia dal detto Padre Abate col suo denaro e la spesa fu di scudi cinquecentosessantuno e lire tre, come al libro segnato MM a fo. 405.
- L'anno 1702 furono fatti quattro Reliquiari d'argento di peso libre otto e once tre lavorati dal maestro Giovanni Bonechi senese a lire sette l'oncia e la spesa importò scudi novantanove e lire cinque, che fu fatta dal detto P. Abate de Vecchi col suo proprio denaro, come al libro segnato MM. a fo. 449.
- L'anno 1703 furono fatte Cartegloria, In principio e lavabo d'argento del P. Abate de Vecchi col suo denaro e la spesa fu di scudi centosettantanove, come al libro segnato MM a fo. 382.
- L'anno 1703 furono fatte dal padre Abate de Vecchi col suo denaro altri quattro Reliquiari d'argento: l'ostensorio, altro Reliquiario per il legno della Santissima Croce, il Baccile, Mescirobba tutto d'argento e parimente una crocetta di pietre verdi, la spesa delle quali cose non si è trovato a quanto ascendesse, solo in detti argenti vi è l'arme di detto Padre Abate de Vecchi.
- L'anno 1703 fu fatto il Paliotto d'argento di peso libbre trenta, once sette e denari trentadue dal medesimo Padre Abate de Vecchi, lavorato dal retroscritto Bonechi, col denaro di detto Padre Abate e la spesa fu di scudi quattrocento, come al libro segnato MM a fo 406.
- L'anno 1703 fu fatto il trono con sedia e Baldacchino dal detto Padre Abate de Vecchi col suo denaro e la spesa fu di scudi quarantasei e lire tre, come al libro segnato MM a fo. 402.
- L'anno 1704 fu fatto il Balaustrato di marmo dal predetto Padre Abate de Vecchi col suo denaro, ne si trova a quanto ascendesse la spesa e nello scalino di essa vi è la memoria dell'anno.
- L'anno 1704 furono fatti li sportelli di bronzo a detto Balaustrato dal suddetto Padre Abate de Vecchi col suo denaro e la spesa fu di scudi diciassette come al libro segnato MM a fo. 407.
- L'anno 1704 furono fatti li setini alla Cappella del Santissimo Sacramento vicino alla Sacrestia dal detto Padre Abate de Vecchi col suo denaro e la spesa fu di scudi cinquanta, lire1 6soldi, come al libro segnato MM a fo. 394.
- L'anno 1705 fu fatto il Faldistorio colla sua coperta di seta dal detto Padre Abate de Vecchi a sue spese, come al libro segnato MM a fo. 453.
- L'anno 1706 furono fatte le Cartaglorie, In principio e Lavabo dal detto Padre Abate de Vecchi col suo denaro e la spesa fu di scudi ventitre lire 2 essendo le medesime di rame dorato, come al detto libro MM a fo 414.
- L'anno 1706 furono fatti i Busti due d'argento rappresentanti, uno Santa Francesca Romana e l'altro il Beato Bernardo, dal suddetto Padre Abate col suo denaro e la spesa fu di scudi trecentonove, come al libro segnato MM a fo 319.
- L'anno 1706 furono fatti vasi sei d'argento dal predetto Padre Abate de Vecchi e col suo denaro concorse alle spese di scudi centoquarantaquattro, e lire sei, come al libro MM a fo, 414 num. 34 e 39.
- L'anno 1706 furono fatti quattro Reliquiari a piramide di pero con sfoglie d'argento dal detto Padre Abate de Vecchi col suo denaro e la spesa importò scudi ventiquattro, come al libro segnato MM a fo. 414 num 31, 35 e 36.
- L'anno 1707 furono fatti li setini gialli e rossi di seta per la Cappella di Santa Francesca dal predetto Padre Abate de Vecchi a sue spese, come appare al libro segnato MM a fo.397.
- L'anno 1707 fu fatto il Pavimento o Spazzo di pietra nostrana nella chiesa di San Benedetto, lavorato da Mastro Gio. Batta da Carrara col denaro del detto Padre Abate de Vecchi, dal balaustro sino alla metà di chiesa, la spesa fu di scudi dugento, come al libro segnato MM a fo. 390 e l'altra metà fu parimente fatta col denaro dello spoglio di detto Padre Abate de Vecchi dopo la di lui morte, seguita l'anno 1708 li dieci settembre.
- L'anno 1708 furono fatti altri due Reliquiari d'argento dal detto Padre Abate de Vecchi ne quali furono impiegate libbre undici e once sei d'argento del monastero e detto Padre Abate vi pose di suo scudi quindici e lire una, come al libro segnato MM a fo. 399.
- L'anno 1708 furono fatte due sottocoppe quattro candelieri bassi da tavola e due smoccolatori tutti d'argento dal detto Padre Abate de Vecchi col suo denaro e la spesa fu di scudi centoquattordici e lire quattro, come al libro segnato MM a fo. 413 e al libro rosso segnato R a fo. 288 n. 1.
- L'anno 1718 fu fatta da fondamenti la Chiesa di San Gio.Battista a Gre e la spesa fu circa a scudi cento, come al libro segnato MM a fo. 419.
- L'anno 1728 fu fatta una Pianeta bianca di tabi ricamata d'oro a spese del Padre Abate don Valeriano Mignanelli.
- L'anno 1728 fu fatto il muro principale dal granaro nella piazza di Chiesa sino al Podere di sotto al Monastero dal Padre Abate Don Valeriano Mignanelli col suo denaro e la spesa fu di scudi cinquanta romani, come al libro delle Memorie dell'anno 1717. a fo. 5.
- L'anno 1728 fu fatta dalle fondamenta la chiesa di San Giovanni Battista a Grè dal Padre Abate Don Valerio Mignanelli abate generale e la spesa fu di lire seicento ventotto soldi 168 come appare al libro segnato MM, a fo. 429 e 421.
- L'anno 1730 fu rifatta una pianeta già lacera e ricamata d'oro dal Padre Abate Don Ippolito Piccolomini col suo proprio denaro e la spesa fu di scudi trentadue.
- L'anno 1730 fu fatto un Armario grande per riporvi l'argenteria della Chiesa e del monastero e la spesa fu di lire cinquecentoottantaquattro soldi 13,4 come al libro sella sagrestia segnato B del 1709 a fo 40.
- L'anno 1731 fu eretto l'Archivio del Monastero di San Benedetto e la di lui stanzetta, tra i legnami e materiali importò di spesa scudi quaranta, come appare al Giornale di detto anno a bonificati, come al giornale del 1720 a fo. 475 e 455.
- L'anno 1731 furono fatti due granai e sotto uni essi l'oliaio, come al Giornale del 1720 a fo. 434
- L'anno 1733 fu fatta la volta del dormitorio dei Monaci,di due braccia e mezzo come pure furono fatte le nuove porte della Camera dei Monaci di noce con gli stipiti di marmo di Montarrenti, finestrone e pavimento di detto dormitorio e la spesa importò circa scudi quattrocento, come al Giornale del 1720 a fo. 478.
- L'anno 1733 fu in detto anno fatta la Scala che di sopra scende in Cucina, la stanza del pane i due granari di sotto, l'Oliaio, come pure tutte le finestre di legno e vetrate ai Corridoi di sopra e alla foresteria sotto e sopra, siccome li stipiti di stucco a seravezza alle Porte di detti Corridoi, la spesa fu di lire duemiladugentosessantadue delle quali circa 1400 furono spese del proprio dal padre Abate Don Ippolito Piccolomini, come si vede al Giornale dell'anno 1720, a bonificati da fo. 473 sino a fo. 479.
- L'anno 1733 nel Podere delle Piazze dell'Abbadia di Sicille si è fatta di nuovo dai fondamenti una Capanna anzi Capannone capace per otto bovi. Nel Podere del Sodo di detta Abbadia uno stallone o Capannone pure da fondamenti, capace di sei bovi. Nel podere di Poggio Cinelli si è fatto da fondamenti un Ciglione grande e sopra di esso una stanza. Nel podere degl'Oppi si è fatto da fondamenti un ciglione grande anzi un altro capannone. capace di cinque bovi; si è fatto ancora un muro a secco appresso la chiusa del Podere delle Piazze, principiando in faccia alla casa di detto Podere, sino al Podere del Palazzetto, come al Giornale del 1720 a fo. 480.
- Un altro muro delle vigne fu fatto il 1744.
PROPORIETA’ DI SAN BENEDETTO A PORTA TUFI
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1) Il 19 settembre 1566 il monastero di San Benedetto da in affitto l’abbadia di Sicille ad Alessandro del q. Billo Scannocchi da Petroio, e a Girolamo di Domenico Benocci per scudi 400 d’oro a Niccolò del q. Baldassarre Gorelli da Trequanda per anni 6.
Rogò l’atto ser Francesco Cristiani a fo. 37.
2) Bottega a Capo La Costarella in porta Salaia ad uso spezzieria avuat l’anno 1513.
3) Bottega nell’arte della lana in faccia alla Costa di fonte Branda donata da Collidonia Tolomei vedova di Vittorio Cecchini e figliola di Lattanzio Tolomei il 28 luglio 1536.
Rogò Ser Antonio Campana addì 16 gennaio 1557 morì la suddetto Madonna Callidonia.
‘Actum in ecclesia Sancti Georgii..ubi habitant’
4) Campo del bosco della Scheggiola a Catignano di 49 stara e un quarto a lire cinquanta lo staro, fatta dal monastero di San Benedetto da Antonio Meocci li 22 febbraio 1515.
Rogito di Ser Antonio Campana(fo. 4).
5) Compra del Podere della Villa al Piano fatta dal monastero per fiorini mille da Pietro di Giovanni Montucci li 4 febbraio 1521.
Rogito di Ser Antonio Campana (fo. 6 fasc. 29: “..Actum Senis in apotheca Gherardi in campo fori..Ego Antonius Campana olim Niccolai Tophani filius de Senis publicus apostolica et imoperiali…notarius).
6) Donazione fatta al monastero di San Benedetto da Madonna Collidonia il 18 luglio 1536.
7) 16 gennaio 1557 morì Madonna Collidonia.
8) Donazione di Guasparre d’Austino da Pavia merciaio fatta tra vivi al monastero di San Benedetto li 9 novembre 1488 di moggia 30 di grano. Rogito di Bernardino Politi. Da pagarsi in anni 60 in ragione di stara 12 l’anno da Misser Bartolomeo di Landuccio di Marco a detto Monastero, come donatario di fiorini 600 e più donò fiorini 200 al detto monastero che doveva avere detto Gasparre da Andrea Battilori da soendersi in pavimenti e ornamenti della Cappella e altare maggiore di detta chiesa di San Benedetto, in conto dei quali dovevano computarsi le spese già fatte, predetti paramenti e ornamenti dal suddetto Bartolomeo, come Patrono di detta cappella e altare maggiore e finalmente per suo testamento lassò erede di tutta la robba metà al predetto Bartolomeo (fo. 10).
9) Donazione di Donna Caterina e di Niccolò Bagnaia fatta in favore del monastero di San Benedetto di una mezza bottega ad uso di spezzeria posta a Porta Salaia a capo la Costarella e l’altra metà in favore di Sant’Agostino con diversi pesi di messe perpetue, come si dice in questo indice al n.14.
10) Livello del Podere di Sotto al monastero di San Benedetto con il Palazzo e Uliviera dato a madonna Collidonia Tolomei ne’ Ceccherini e a donna Domitilla sua serva. Come al n.6 e 7.
11) Livello di stara 7 terra a Grè in luogo detto La fonte al Bau. Li 29 aprile 1560 a Mino di Gio.Vannelli di Chiusure sua vita durante dato dal monastero di San Benedetto con l’obbligo di dare a detto monastero la metà di tutte le raccolte. Rogò Ser Francesco di Ser Girolamo Cristiani (fo. 30).
12) Livello del Podere di Grè dato dal monastero di San Benedetto a Niccolò di Domenico Voltolini li 29 maggio 1566 (il testo passa in italiano). Rogò il suddetto notaro Francesco Cristiani (fo 32).
13) Livello della porzione di San Prospero dato da l monastero di San Benedetto a Fra Placido di Andrea Neri frate umiliato e ad Andrea suo nipote loro vita durante. Li 2 ottobre 1564 sotto rogito di Ser Antonio Campa36na.
14) Obbligo perpetuo di messe da adempiersi dal monastero di San Benedetto per il legato di Donna Caterina a Niccolò Gagnaia, consistente in una messa quotidiana in 2 trentesimi di San Gregorio, in due officii da morto e nella festa di Santa Caterina da Siena il 29 aprile con Messa cantata da applicarsi per loro e da farsi nella cappella e altare di San Teodoro nella chiesa medesima di San Benedetto (come al n. 9 a fo.2)
15) Podere della Villa al Piano dal monastero di San Benedetto comprato l’anno 1521 per il prezzo di fiorini mille da Pietro di Giovanni Montucci. Sotto rogito di Ser Antonio Campana,(come in questo fo. 6 fac.2a).
16) Terre boscate della Scheggiola a Catignano di stara 49 e ½, comprate dal monastero di San Benedetto l’anno 1515 a lire cinque lo staro da Antonio Meocci sotto Rogito di Ser Antonio Campana, di che si è detto in questo indice alla lettera e al n.4.
VENDITE FATTE DAL MONASTERO LUNGO I SECOLI
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- L'anno 1443 fu venduta dal Monastero di San Benedetto una bottega posta nel canto de Vicolo che và a San Pellegrino nel popolo do San Pavolo per fiorini duegento a Maestro Giulio del già Carlo Galletti, come al contratto sciolto in cartapecora segnato B. 60, ed al libro segnato UU a fo. 67.
- L'anno 1455 fu venduta dal monastero predetto una vigna posta a Vignano ad Ambrogio di Nuto Pannelini per fiorini cento sessanta, come al Contratto sciolto in cartapecora segnato B. 39 ed al libro segnato UU a fo. 57.
E parimente fu venduta una casa in Salicotto a Ser Pavolo di Piero da Sinalunga sotto rogito di Mino Cicerchi per fiorini dugento venticinque come al libro segnato UU a Fo. 172 ed al libro rosso segnato R a fo. 75 fac.2.
-L'anno 1467 fu venduto dal Monastero predetto una casa o Palazzetto, posto in Piazza, già di Fra Tommaso Ragnoni, a Biagio di Cristofano Petroni per fiorini cento novantasette, come al libro segnato AA a fo. 9.
- L'anno 1469 fu venduta dal Monastero una Bottega in Piazza nel popolo di San Pavolo agli Eredi di Niccolò di Niccolò Boninsegni per lire settecento venti, sotto rogito di Ser Baldino, annotato al libro segnato AA a fo, 14 fac. 2 ed al libro rosso segnato R a fo. 90.
- L'anno 1472 fu venduta dal Monastero di San Benedetto la terza parte di una Casa in San Salvatore a Salvani per lire dugento ventisei e un Giulio in vigore del Lodo del Magistrato de Pupilli, come per ricordo esistente al libro segnato AA a fo 35 fac. 2.
- L'anno 1476 fu venduta dal Monastero una Casa posta in Castelmozzo già di Fra Tommaso Ragnoni a Pavolo di Cola per lire quaranta come al libro segnato D.C. del 1475 a fo 24 fac.2.
- L'anno 1478 fu venduta dal Monastero una casa posta in Piazza di Petroio a Francesco di Misser Pirozzo Piccolomini per lire centosessanta, come per ricordo semplice esistente al libro segnato AA a fo. 56.
- L'anno 1479 fu venduto dal Monastero un Podere posto in Corte d'Asciano detto la Pieve San Giovanni in Vescona fatta ad Antonio Campana (Notaio) per fiorini trecento trentacinque, come appare per semplice ricordo al libro segnato AAa fo. 95.
- 1484 fu venduta dal Monastero una Possessione a Tressa confinante colla Chiesa di San Gio. Battista, anzi colla Chiesa di Santa Margarita a Senso di Nanni di Feo per fiorini trecento trenta, sotto rogito di Ser Bartolomeo Ballati annotata al libro segnato AA a fo. 65 fac. 2.
- L'anno 1486 fu venduto dal Monastero il Podere denominato Salva Domenici, confinante col Podere de Spedalone al Monastero Olivetano di Sant'Anna per fiorini cento sotto rogito di Ser Iacomo Mochi annotato al libro segnato UU a fo. 173 ed al libro rosso segnato R a fo. 77 fac. 2.
- L'anno 1489 vendita fatta dal Monastero di una Casa in via delle Cerchia ad Angelo di Giovanni Venturi per fiorini cento quarantasette sotto rogito di Ser Antonio Campana, come si vede notato al libro segnato AA a fo. 95.
- L'anno 1489 vendita fatta dal detto monastero della Casa posta nel Comune di S. Matteo in faccia alle Monache di Santa Maria Maddalena a Missere Andrea Piccolomini per fiorini sessanta quattro sotto rogito di Ser Bartolomeo di Filippo Ballati, notato al libro segnato AA a fo 95.
- L'anno 1489 fu venduto dal monastero di San Benedetto due pezzi di terra in Corte di Petroio posti in luogo Monteghebbio e Valle lunga a Mariano di Bartolomeo e a Pavolo d’Antonio da Petroio per fiorini trentaquattro sotto rogito di Ser Antonio Campana, come al libro segnato AA a fo. 95 di semplice ricordo.
- L'anno 1490 vendita fatta dal detto monastero di tre possessioni, una casa e staia sette terra posti in corte di Casole a Cristofano e Bastiano da Poggibonsi per fiorini seicentonovantacinque come al detto libro segnato AA a fo. 115 di semplice ricordo.
- L'anno 1496 vendita fatta dal monastero di un pezzo di terra posto in corte di Petroio confinate coll'Abbadia, anzi colla vigna comprata da Valentino e Masso a medesimi per fiorini venti due sotto rogito di Ser Michele da Casole, come per ricordo semplice, registrato al libro segnato AA a fo.107.
- L'anno 1510 fu venduta dal monastero una Casa posta in contrada di Spada forte a Ser Simone da Radicondoli per lire ottocento, come per ricordo registrato al libro segnato AA a fo. 157 ed al libro rosso segnato R a fo. 92.
- L'anno 1511 vendita fatta dal monastero di una mezza vigna con casa a Ginestreto a Vittorio di Francesco Bramoni per lire cento segnato AA a fo. 157.
Vita dei monaci a San Benedetto
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Nel 1388 fece la vestizione Fra Francesco Malavolti e nel 1389-1390 dimorò in San Benedetto a porta Tufi.
1406- E' prezioso ricordare che Neri di Landocci de' Pagliaresi, devoto di S. Caterina e eremita, morto all'ospedale di S. Maria della Scala il 12 marzo 1406 volle essere tumulato in San Benedetto fuori porta Tufi. Lasciò al monastero tutti i suoi libri e i suoi scritti agli olivetani.
Nel 1406 il monastero compra più terre con casa a Grè da Luca del fu Andrea da Chitina procuratore d’Arminio di Meo da Chiusure e da Turina.
Nel 1462 26 gennaio Vi fu un mandato di procura emesso dal Capitolo di San Benedetto (Reg. Oliv. II, 37).
Nel 1466 fu adempiuta la spesa per la costruzione della Cappella in onore di San Teodoro.
Nel 1511 28 aprile da Bologna .
Breve di Giulio II: assoluzione dall'interdetto per i monaci olivetani di Ferrara presenti al capitolo generale nel monastero di S. Benedetto di Siena. (Reg. Oliv. III,16)
Negli anni 1530-1532 l'abate Generale Fra Angelo Ceriani di Albenga provvide l'Archicenobio di un luogo di convalescenza nel monastero di San Benedetto, dove fece allestire parecchie camere
Il 9 gennaio 1547 da Roma: Guido Ascanio Sforza attesta il pagamento di 3.000 ducati d'oro da parte della Congregazione Olivetana, compresi i 100 scudi d'oro versati dal monastero di S. Benedetto di Siena. (Reg. Oliv. III,68).
Negli anni 1554-55 il territorio senese si trovava sconvolto dalla guerra. Caduta Firenze, anche Siena era stata occupata dagli Imperiali nell'ottobre del 1530; ma nel 1552 la fiera repubblica di nuovo fu in piedi ed animata da nuova concordia e grande ardimento, cacciò gl'invasori. A vendetta contro di lei si mosse allora l'imperatore Carlo V con un forte esercito e con l'adesione del duca Cosimo de' Medici che agognava il possesso della città. Nel 1553 incominciò il famoso assedio, in cui rifulse l'eroismo meraviglioso dei senesi, combattendo uomini e donne, fino all'ultimo sangue, per la libertà della patria. La guerra fu iniziata il 23 ottobre 1554.
Ma tanta virtù non poté sulla forza soverchiante dei nemici: la città, sfinita, dovette arrendersi il 17 aprile 1555; e fu quello l'ultimo giorno della gloriosa repubblica. Invalse da quel tempo, a ricordo, il motto popolare "per forza, Siena", quando si è costretti a cedere di fronte a una difficoltà insormontabile.
I libri del monastero di San Benedetto di Siena.
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- Come abbiamo detto più sopra alla sua morte del 12 marzo 1406 Neri di Landoccio de’ Pagliaresi lasciò al monastero di San Benedetto tutti suoi libri e i suoi scritti.
- L'anno 1475 Antonio del già Giovanni Turamini donò al Monastero di San Benedetto tutti i suoi libri sotto rogito di Ser Galgano di Ser Petroccio del Grissa, come al Contratto sciolto in cartapecora B, 49 ed al libro Segnato UU, a fò 60 fac. 2.
- L'anno 1494 Paolo d'Andrea Bargagli donò al Monastero di San Benedetto più volumi di libri, come al libro segnato D.C dell'anno 1475 a fò 272. fac. 2.
- Nel 1554 i libri furono in buona parte murati e ritrovati nel 1689 nella Celleraria, in un angolo della camera da letto, ma già del mese di aprile 1600 abbiamo l'elenco di essi, elenco che,con molta probabilità esisteva già precedentemente, la notizia data del nascondimento nel muro e la riapertura deve rifersi ad un tempo anteriore al 1689, o almeno quelli che furono ritrovati dovevano essere una minima parte, infatti come sotto diciamo anche la nota dei libri del 1629 testimonia l’esistenza di una quantità discreta di libri.
- L'anno 1629 dal Padre Abate Don Vittorio del Testa Piccolomini furono dati al Padre Abate Don Ippolito Campioni tutti i suoi libri per la valuta di scudi seicento con licenza del Rev,mo Definitorio quali rimasero di poi al Monastero di San Benedetto al libro segnato MM a fò 38
- Anno 1629. Nota dei Libri esistenti l'anno 1629 nella libreria delle Camere del Padre Abate pro tempore del monastero di San Benedetto registrato al detto libro MM, a fò. 125.
1745. Libreria eretta l'anno 1745 e sua spesa di 873 come al libro A di Memorie e Ricordi al fò 78 e seguenti.
Dal 1626 al 1632 fu presente Don Vittorio Del testa, che era stato abate generale la prima volta dal 1618 al 1620 ; dal 1626 al 1632 incontrò ripetutamente e intrecciò contatti letterari con l'agostiniano Fra Angelico Aprosio, fautore della famosa e strana "Biblioteca Aprosiana" stampata poi nel 1673 a Bologna, Malonnesi.
Don Benedetto Bongiovanni di Verona visse a lungo in S. Benedetto di Siena, sotto la disciplina dell'abate Don Vittorio Del Testa Piccolomini, coltivando con plauso, oltre gli studi sacri e letterari, anche la musica e la cosmografia. Ordinato sacerdote, fu decano dei chierici e vicario claustrale a Monte Oliveto Maggiore; poi appena trentenne, fu fatto abate.
Fu abate anche Don Ippolito Campèioni, che lasciò molte migliorie.
Dopo la Costituzione di Innocenzo X del 22 dicembre 1649, durante la dieta del 14 settembre 1654 fu designato come chiericato anche san Benedetto a Porta Tufi come una delle tre sedi per la Toscana.
Fatto sacerdote, Don Ippolito Vecchi di Siena fu adoperato come cellerario nel monastero di San Benedetto in Siena.
Il 1 mazzo di quinterni e fogli di libri, quali alla meglio si è potuto farli rilegare dal Padre Rev.mo Don Ippolito Piccolomini Abate di detto Monastero e tra dette carte si è trovato un foglio volante macchiato \e in cattivo essere, parendo fosse del libro segnato R, e poiché esso riguarda la memoria antica circa l'anno 1526, alcuni obblighi di questa chiesa, però acciò si mantenga meglio l'ho fatto legare nel nostro Libro MM à fò 264.
PITTURE DEL MONASTERO DI SAN BENEDETTO A PORTA TUFI
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1) Quadro esistente sopra il Coro rappresentante il Beato Bernardo Tolomei con l'apparizione della Beata Vergine col Bambino Gesù in collo nella nuvola fatto a olio in tela circa l'anno 1630 opera del celebre Pittore Rutilio Manetti di Siena, allievo di ventura Salimbeni celebre pittore.
2) Quadro esistente nell'altare della Cappellla confinante con la sagrestia, rappresentante la Natività di nostro Signore Gesù Cristo con la SS.ma Vergine e S. Giuseppe fatto in tavola a olio da Maestro Francesco di Giorgio pittore da Siena l'anno 1475 per prezzo di lire dugentoventi anzi dugentoquaranta, come appare al libro segnato AA a fo. 42. fac. 2.
3) Quadro esistente nell'altare posto a piè della chiesa del Monastero vicino alla porta principale di essa rappresentante San Benedetto Abate, San Girolamo dottore e Santa Scolastica, ed in alto la Santissima Vergine in mezzo a due piccoli angeli dipinto a olio in tavola dal famoso e celebre pittore Domenico Beccafumi, denominato volgarmente Mecorino.
4) Quadro esistente nell'altare della cappella di S. Teodoro, rappresentante la Madonna delle Nevi, Santa Caterina, San Domenico, S. Maria Maddalena, San Benedetto abate, S. Michele e San Girolamo, fatto a olio in tavola dal Pacchiatorri pittore senese.
5) Quadro piccolo ovato rappresentante San Teodoro martire posto nell'altare o cappella predetta di San Teodoro sotto al predetto quadro delle Nevi, dipinto a olio in tela da Bernardino Baroni pittore di Siena l'anno 1731 per il prezzo di lire trentadue.
6) Quadro esistente nell'altare della Cappella di Santa Francesca Romana, rappresentante detta santa con l'angelo accanto, dipinto a olio in tela dal suddetto celebre pittore Rutilo Manetti da Siena.
7) Quadro rappresentante il Beato Bernardo Tolomei servente gli appestati. Opera di Lorenzo Feliciati per la quale riceve l. 105 per il prezzo totale. Libro 4 fo 525.
8) Quadri due, alti tre braccia uniformi, uno di essi rappresentante il Beato Bernardo Tolomei in atto di orare e l'altro Santa Francesca Romana ambedue in tela, fatti a olio da Giacinto Brandi romano l'anno 1690 esistenti l'uno e l'altro nella sala delle Stanze del Rev.mo Padre Abate locale del Monastero come al libro segnato MM a fo. 514.
9) Quadri nove, quattro di essi in positura lunga e gli altri quattro in altezza rappresentanti il primo Gesù, l'Adultera ed i Farisei, il secondo la santissima Vergine col Bambino Gesù, ed altri Santi, il terzo una fabbrica con architettura di olivetano, il quarto Santa Caterina da Siena rapita in estasi con due compagne che la sostengono, il quinto San Benedetto che riceve i fanciulli S. Mauro e S. Placido con altra gente, il sesto una tavola con monaci e persone secolari, il settimo San Benedetto con più monaci, che riceve il Maggior domo del Re Totila che sta in atto di salire a cavallo con molta gente, tutti benedicenti a olio in tela dallo spagnolo pittore l'anno 1628 per il prezzo di lire dugentoventiquattro, esistenti nella sala e camere della Foresteria di sopra, come al libro segnato MM a fo. 264 num. primo.
10) Quadri quattro alti un braccio ed un quarto in circa rappresentante due di essi la stessa cosa cioè due pastori a sedere, il terzo alcuni monaci che alzano il sasso, sopra del quale vi è a sedere il demonio, il quarto il Sodoma pittore con sua donna ed un fanciullo, dipinti tutti a olio in tela dal predetto Spagnolo, come appare al libro segnato MM a fo 464 num. 2.
11) Quadri cinque bassi e longhi circa due braccia, questi per avanti erano otto, tre dei quali non si sa come si siano smarriti, rappresentanti paesetti con alcune figurine piccole, dipinti a olio in tela da Misser Stefano Fiammengo, come al libro segnato MM a fo, 464 num. 3.
12) Quadri tre alti circa un braccio e mezzo, rappresentanti marine e paesetti dipinti a olio in tela da MIsser Gio Battista Orefice come al suddetto libro MM a fo. 264 num. 2 esistenti nella foresteria suddetta.
13) Un quadro rappresentante la B.ma Vergine col Bambino Gesù; dal medesimo quadro l'anno 1733 furono levate due figure che non corrispondevano alla detta SS.ma Vergine, dipinto a olio in tavola da Maestro Riccio, come al libro segnato MM a fo. 464, num. 7 esistente nella foresteria sopraddetta.
14) Quadri due rappresentanti uno di essi Lotte, colle figlie e l'altro lo stesso Lotte quando dall'Angelo fu condotto fuori di Sodoma, dipinti a olio in tela da celebre Pittore, esistenti nella camera della Foresteria, ed ambedue sono alti circa due braccia e mezzo.
15) Quadro uno rappresentante la Beat.ma Vergine col Bambino Gesù in collo, dipinto a olio in tavola da antico e celebre Pittore, esistente nelle stanze della foresteria di sopra.
16) Quadri due alti due braccia e mezzo, rappresentanti uno Santa Caterina da Siena con Gesù e l'altro San Domenico, dipinti a olio da buon pennello, e sono originali, conservati in detta Foresteria.
17) Quadri otto rappresentanti uno ka B.ma Vergine con diversi angeli, l'altro San Martino a cavallo, il terzo uno Spedale e gli altri cinque di forma tonda rappresentano Gesù, la Madonna, e tre Evangelisti, dipinti a olio in oro in tavola ed esistono in detta foresteria.
18) Quadri cinque in tela a olio rappresentanti la figura o il ritratto di cinque Generali olivetani senesi conservati nelle stanze di dette foresterie di buona mano.
19) Quadri tre a guazzo in tavola, dipinti dal sopraddetto celebre ed insigne pittore Beccafumi, detto Mecarino, rappresentanti Santa Scolastica ed altri esistenti nelle stanze del Rev.mo Padre Abate locale.
20) Quadri uno rappresentante la Bea.ma Vergine col Bambino Gesù ed altri santi, fatto a olio in tela da buon pittore, creduto da Professori dal Casolani.
21) Quadro uno rappresentante Santa Caterina delle Ruote in piedi, esistente nella Foresteria di sopra di buona mano.
22) Quadri due in carta, uno di essi rappresentante Moise nell'atto di scendere dal monte, con le tavole della Legge ed Aronne col popolo ebreo, che faceva sacrificio al vitello, dipinto da due celebri pittori: Domenico Beccafumi denominato Mecarini e Francesco Vanni, l'altro rappresentante il Presepio con l'adorazione dei Magi, dipinto dall'insigne e famoso pittore Baldassare Peruzzi senese.
23) Quadro uno rappresentante la testa e busto di S. Pietro apostolo, dipinto a olio in tavola in piccolo da buon pittore antico.
24) Quadro uno rappresentante San Francesco di Paola dipinto a olio in tela.
25) Quadri 20 donati il 1735 ed altri 31 il 1745 di ottimi pennelli descrivo nel libro A di memorie e ricordi a fo. 49 e 68
26) Teste dodici di gesso fatte l'anno 1631 da Maestro Astolfo per il prezzo di lire ventiquattro, come appare al libro segnato MM a fo. 464 num. 8
27) Altre teste di gesso fatte da Matteo Lisi l'anno 1629 come appare al detto libro MM. a fo. 464 num. 5 anzi ancor queste fatte dal suddetto Astolfo Petrazzi.
MEDICI DEL MONASTERO
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L'anno 1519 fu eletto per medico del Monastero di San Benedetto Maestro Girolamo Bindi rosso col salario di stara sei farina, un paro di Capponi ed un capretto l'anno, come al libro dei Salariati segnato S. del 1528 a fò 42, fac.2.
L'anno 1523 Maestro Antonio Boninsegni fu eletto Medico del Monastero coll'onorario e salario predetto e di più di due stara d'olio l'anno come al libro dei Salariati segnato A dell'anno 1522 a fò 94.
L'anno 1541 Maestro Agostino Brunamontano da Radicondoli fu eletto Medico del Monastero col salario di stara diciassette grano, un paro di Capponi ed un Capretto l'anno, non servendo più il monastero di Monte Oliveto di Chiusure e di Sant. Anna come al libro dei Salariati del 1540 al fò 17.
L'anno 1548 Maestro Ambrogio Nuti fu eletto Medico di detto Monastero col salario di stara dodici di grano ogni anno, come al libro dei Salariati dell'anno 1540 a fò 76.
L'anno 1556 Maestro Bartolomeo Mancini fu eletto Medico del Monastero col salario predetto, come al libro suddetto a fò 115.
L'anno 1557 Maestro Crescentio Gori fu eletto Medico del Monastero col salario di stara dodici grano, some tre di vino, un paro di capponi ed un Capretto l'anno, come al libro dei Salariati del 1540 a fò 120.
L'anno 1571 Il signor Cesare Visconti fu eletto per secondo Medico sostituto coll'obbligo di servire gratis il detto Monastero di San Benedetto con che però venendo la vacanza del primo medico, dovesse egli succedere al medesimo come al detto libro a fò 438.
L'anno 1583 Maestro Crescentio Landi fu eletto medico di detto Monastero col salario come al detto libro a fò 250 fac. 2.
L'anno 1593 Maestro Livio Landi fu eletto Medico di detto monastero col salario suddetto, come al libro dei Salariati del 1593 a fà primo fac. 2.
Sostituo. L'anno 1594 il Signor Girolamo Minetti fu eletto per medico secondo o sostituto col salario di stara otto grano e stara due vino ogni anno, come al libro dei Salariati segnato B anzi segnato T del 1593 a fò 13.
L'anno 1599 Misser Girolamo Minetti fu eletto Medico di detto Monastero col solito Salario di stara dodici di grano, some tre di vino, un paro di capponi ed un capretto l'anno, come al libro a fò 13.
L'anno 1615 il Signor Pirro Bizzanini fu eletto Medico di detto Monastero col salario predetto solamente come a detto libro a fò 145.
L'anno 1621 Il Signor Zoroastro Tinelli, ed il Signor Fabbrizio suo figlio furono eletti Medici del detto Monastero col sopraddetto solo salario, come al libro dei Salariati segnato T del 1593 a fò 210.
L'anno 1632 Il signor Contesi fu eletto per secondo Medico sostituto per la morte del suddetto Signor Visconti olle medesime condizioni e patti come al libro dei Salariati del 1593 segnato T a fò 441.
L'anno 1673 il nobile Signor Dottore Pirro Gabrielli fu eletto per secondo Medico colli stessi patti e condizioni, come al detto libro a fò 441.
L'anno 1685 Il Nobil Signor Pirro Gabrielli fù eletto Medico di detto Monastero col predetto salario di stara dodici di grano, some tre di vino, un paro di capponi, un capretto ed una Candela di libbra ogni anno, come al libro dei Salariati dell'anno 1693 a fò 392 dico 392.
L'anno 1703 Il Signor Calvisi fu eletto Medico di detto MOnastero col detto salario di stara dodici di grano, some tre di vino, un paro di capponi, un capretto, ed una candela di libbra ogni anno come al libro dei Salariati del 1687 a fò 17.
L'anno 1717 Il nobile Signore Cesare Scotti fu eletto Medico di detto Monastero col predetto Salario come al libro a fò 20.
L'anno 1721. Il signor Dottore Pietro Pavolo Pagliai fu eletto Medico di detto Monastero col detto Salario di stara dodici di grano grosso dei Poderi di sopra e di sotto al Monastero alla raccolta di some tre vino del podere di Figareto parimente nella ricolta di para uno Capponi di libbre dieci per Natale, di una Candela di cera bianca di libbra per la Purificazione della Beatissima Vergine Maria e di un capretto per la Pasqua ed in vece di detto capretto si li danno pavoli cinque ogni anno. E rendendosi inabile al servizio deve avere in ogni modo tutto il suo salario, come al detto libro dei Salariati dell'anno 1687 al fò 21.
L'anno 1716 il Nobile Signor Dottore Cesare Scotti fu eletto per secondo Medico sostituto con l’onorario di una Candela di cera bianca di libbra per la Purificazione e d'un paio di Capponi di libbre dieci ogn'anno, come al libro dei Salariati dell'anno 1687 a fò 17.
L'anno 1720 Il signor Dottore Flaminio Pinelli fu eletto per secondo Medico colle predette onoranze come al detto libro a fò 53.
L'anno 1726 Il signor Dottore Ansano Capresi fu eletto per secondo Medico colle sopraddette onoranze come al detto libro a fò 54.
L'anno 1732 Il signor Dottore Leone Pagliai fu eletto per medico sostituto al secondo senz'alcuna onoranza e con l'obbligo di servire il Monastero gratis, con che deve succedere al Secondo Medico primo sostituto e di poi vivendo al medico primo, come al libro MM a fò 244.
NOTAI DEL MONASTERO DI SAN BENEDETTO A PORTA TUFI.
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1319 - Ser Guadagno notaro. Donazione del podere di Acona
1319 - Ser Guadagno notaro. Donazione del Podere di Melanino.
1338 - Guido del già Vanni detto il Porco. B 6 - UU f. 43
1338 - Ser Giovanni del già Ser Ranucci di Ventura B 5 - UU f. 42 fac. 2
1363 - Brizzo del già Pavolo e Ser Bartolomeo 1368 B 7 - UU f. 43 fac. 2
1364 - Ser Francesco del già Lando B 11 - UU f. 44.
1368 - Ser Bartolomeo del già Pavolo. B 8 - UU f. 43 fac. 2.
1369 - Ser Nino del già Ser Domenico di Nino B 16 - UU fo. 47.
1374 - Ser Francesco del già Lando di Ser Mino B 12 -UU f. 45.
1379 - Ser Salerno del già Giannino. B 17 - UU fo 47 fac. 2.
1400 - Ser Bonfilio da Corsigna B 28 - UU f. 53 fac.2
1408 - Ser Lorenzo di Ser Lapo,in Pantaneto B 29-UU 53
1419 - Ser Giacomo di ser Francesco di ser Nino di Tura B 33- UU a fo 55
1443 - Eredità di Fra Sebastiano UU fo. 172 fac. 2 - R a fo.75
1452 - Ser Antonio del già Ser Giovanni. B 36 - UU fo 56
1456 - Ser Luca di Nanni UU 56 - R fo 70
1475 - Ser Bartolomeo da Grosseto AA fo. 43 fac. 2
1484 - Ser Bartolomeo di Filippo Ballati AA a fo. 65 fac. 2
1489 - Ser Antonio Campana AA a fo. 95(servì gratis)
1548 - Ser Giulio Alberti (salario 8 staia di garno e vino) S a. 1540 fo. 78.
1557 - Ser Francesco Cristiani “ S fo.121.
1593 - Misser Fortunato “ T fo. 5 fac. 2
1608 - Misser Pietro Venturocci “ T (1593) fo. 146 fac. 2.
1623 - Misser Domenico Bandini “ T fo. 215 fac. 2.
1639 - Misser Girolamo Pericciuoli T fo. 280
1643 - Misser Santi Cenni T 282 fac. 2
1658 - Misser Vincenzo Bartalucci T fo. 370
1665 - Ser Jacomo Silvestri T a fo. 401
1673 - Ser Niccolò Magnoni T a fo. 435
1680 - Ser Gio.Battista Terreni T a fo. 391
1687 - Ser Pietro Belli S (1687) a fo 49
1688 - Ser Gio. Battista Cittadini S. a fo. 49.
Dal sopraddetto Cittadini sino al presente (1734) il Monastero si è servito dei notai di studio del Procuratore pro tempore del medesimo Monastero senza salario essendogli state pagate le loro mercedi, in atto solamente d'operare.
I sopraddetti notai e documenti citati vanno confrontati e messi in relazione con i documenti per la storia del monastero di San Benedetto a Porta Tufi di Siena, già descritti sopra.
DOCUMENTI IMPORTANTI
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Di Don Ippolito Piccolomini abbiamo un prezioso Inventario sulle proprietà del Monastero di San Benedetto e delle sue dipendenze.
L'elenco delle proprietà in terre e poderi dipendenti dal Monastero di San Benedetto a Porta Tufi li possiamo descrivere nel modo seguente: conforme al rilievo ottenuto dalle citazioni dei volumi che Don Ippolito Piccolomini stesso fa nelle sue registrazioni.
I documenti storici e di Archivio di San Benedetto a Porta Tufi sono:
1) Contratti .................... dagli anni 1513 - 1566
2) Libro di Entrata ed Uscita dagli anni 1522 - 1534
3) Contratti . B dagli anni 1635 - 1733
4) Regalie DC dagli anni 1475, 1494, 1518 1522
5) Contratti E Contratti
6) Liti L 1720 Liti
7) Pigioni P 1534 - 1638
8) Poderi dati a mezzo Q
9) Libro Rosso R 1638
10)Salariati S Salariati
11)Libro di Contratti UU
12)Memorie della Congregazione TT...........DD 1592
13)Ordini ................... MM 1690 - 1734
14)Libro delle restituzioni NN 1583
15)Libro VV
Storia della conduzione agricola dei Poderi dipendenti dall'abbazia di Sicille e dal monastero di San Benedetto a Porta Tufi dei monaci Olivetani dal 1450 al 1659
Conduzione agricola
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E' importante conoscere attraverso gli atti di concessione dei terreni ai conduttori dei poderi in provincia di Siena, soprattutto nel territorio delle crete senesi, quale fu il tipo di conduzione agricola da parte dei monaci Olivetani?
Dal prezioso e dettagliatissimo elenco descritto da Don Ippolito Piccolomini, monaco olivetano, abbiamo potuto rilevare che i singoli poderi della Badia di Sicille dipendenti dal monastero di San Benedetto di Siena dalla metà del 1400 furono concessi singolarmente a mezzadria, mentre dal 1566 fino alla seconda metà del 1600 tutti i poderi nel loro complesso vengono dati in affitto con un canone globale che varia secondo gli anni e che è cosi specificato:
SPOGLI E SPROPRI
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- L'anno 1620 dal Padre Abate Don Gio.Batta Piccolomini, al libro GG a fo. 106
- Lanno 1629 del Padre Abate Don Pavolo Paccinelli GG a fo. 108 e seguenti
- L'anno 1630 di Fra Secondo GG a fo. 149
- L'anno 1634 di Fra Vittorio da Milano GG a fo 155
- L'anno 1635 del Padre Abate Don Angelo Maria Petrucci GG a fo 156
- L'anno 1636 del Padre Don Clemente Taneredi GG a fo 159
- L'anno 1638 del Padre Abate Don Giovan Antonio da Bologna GG a fo 159
- L'anno 1640 del Padre Abate Don Ventura Venturi GG a fo 156
- L'anno 1660 del Padre Abate Don Ippolito de Vecchi GG a fo 169
- L'anno 1664 del Padre Abate Don Valeriano Chigi GG a fo 138
- L'anno 1677 del Padre Don Gregorio Petrucci GG a fo 187
e libro dei Ricordi segnato + a fo 128 fac. 111
- L'anno 1677 del Padre Abate Don Girolamo Mignanelli, libro Ricordi + a fo 128 fac 2
- L'anno 1677 del Padre Don Evangelista Spannocchi GG a fo 216
- L'anno 1677 del Padre Don Giovanni Colombini GG a fo 210
- L'anno 1677 del Padre Don Patrizio Patrizi GG a fo 218
- L'anno 1678 del Padre Don Francesco da Siena GG a fo 209
- L'anno 1679 del Padre Don Bernardino Paccinelli GG a fo 196 e seg.
e libro de Ricordi + a fo 135 p. 1a
- L'anno 1683 del Padre Don Salustio Boninsegni GG a fo 223 e seg
e libro Ricordi + a fo 149
- L'anno 1684 del Padre Aabate Boninsegni Ricordi + a fo 151
- L'anno 1684 di Fra Benedetto da Siena Ricordi + a fo 150
- L'anno 1687 del Padre Abate Don Bernardo Tolomei GG a fo 229 e seg.
e libro Ricordi + a fo 137
- L'anno 1690 del Padre Don Rinato Baldelli da Gubbio Cortonese GG a fo 238 e seg.
- L'anno 1692 del Padre Don Timoteo Fratta da Verona GG a fo 245
- L'anno 1693 del Padre Don Francesco Maria Bonetti lucchese da San Gimignano GG a fo 252
- L'anno 1693 di Fra Bernardo da Milano GG a fo 246
- L'anno 1697 del Padre Don Dioniso Bandinelli Paparoni GG a fo 258
- L'anno 1697 del Padre Don Pio Carlo Ari da Genova GG a fi 260
- L'anno 1698 del Padre Don Pio Tommasi GG a fo 272
- L'anno 1698 del Padre Don Gregorio Mignanelli GG a fo 274 e seg.
- L'anno 1700 di Gio Batta Gelli servitore del monastero GG a fo 280
- L'anno 1700 del Padre Don Gaetano Maria Bargagli, poi vescovo di Chiusi GG a fo 286
- L'anno 1700 di Fra Domenico Taccini GG a fo 288
- L'anno 1704 del Padre Don Vincenzo Antonio Simonini da Bologna GG a fo 289
- L'anno 1706 del Padre Don Bernardino Salvani GG a fo 290 e 292
- L'anno 1714 del Padre Don Girolamo Antonio Falconetti GG a fo 294
- L'anno 1720 di Fra Modesto da Siena GG a fo 297
- L'anno 1730 di Raffaello Bargi servitore del monastero GG a fo 298
- L'anno 1729 del Padre Abate Don Pietro Maria Savini GG a fo 300
e libro Ricordi + a fo 182
- L'anno 1730 del Padre Don Pio Martinengo da Brescia GG a fo 300
- L'anno 1732 del padre Abate Don Evangelista Salvi GG a fo 303
- L'anno 1733 del Padre Abate Don Valeriano Mignanelli, Ricordi + a fo 185
Dopo la bolla del 1727 di Benedetto XIII fu fatto trascrivere per il monastero dal Rev.do Signor Antonio Sestigiani Sacerdote senese:
- Il ristretto, Compendio e Sunto di tutte le carte pecore ritrovate l'anno 1689.
- Anche del Libro Rosso, segnato con la lettera R: si dice che ne fece fare un libro, il quale è segnato VV.
- Compendio o Sunto per alfabeto di tutte le scritture sia in carta pecora come in carta ordinaria
- Libri diciotto fatti da fogli volanti con indice particolare (cfr. fò. 21 in ASS.)
- Dal 1475 indietro sino al 1320 mancano tutti e molti mancano dal detto anno 1475 sino al 1689.
- Manca molto il Libro AA di memorie antiche "Anche il Libro Rosso R - (allora non c'era)
Nella trascrizione dei documenti collaborò anche il cancelliere Dottor Sebastiano Tattarini, attuario dell'Arcivescovado.
Nel 1729 sopra le volte furono trovati 24 pezzi di tele dipinte tra le quali:
- Un Peruzzi
- Beccafumi
- Francesco Vanni
E furono fatti restaurare diversi quadri la cui spesa fu di lire 554 soldi 8 che si vede annotata al Giornale del 1720 a fò 478
N° 14 à Bonificati del 1729.
Tasse nei monasteri senesi
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Gli abati toscani, considerando che i prelati della nazione senese erano esentati dal pagare la tassa al Visitatore della provincia, stavano per domandare al Generale che questa non si dovesse pagare più da nessuno. Ma opponendosi a ciò il Visitatore stesso, che era l'Ab. D. Gaspare Piccolomini di Volterra, chiesero soltanto che fosse resa più equa e obbligatoria per tutti. Fu ridotta quindi di un terzo, e fu esentato soltanto il monastero di S. Benedetto di Siena, per il quale avrebbero dovuto pagare quelli di Camprena e di Rapolano. (AA. PP: VI, f.302). Gli abati della nazione senese si risentirono, facendo osservare come la loro esenzione totale era più che centenaria ed ottenuta dal pieno Definitorio; perciò la questione fu rimessa al pieno Definitorio del Capitolo intermedio del 1737 (AA. PP. VI, f. 319), ed in esso fu esentato interamente S. Benedetto di Siena e S. Anna in Camprena, ma non più S. Maria Assunta di Rapolano. (AA. PP: VI, f.353). Si nota qui che nel 1738 fu esentato da tutte le tasse dell'Ordine il monastero di S. Maria del Pilastrello di Lendinara, per aver sofferto gravi danni dalla rotta dell'Adige (AA. PP. VI, f.388).
In quel medesimo tempo, i Senesi insistevano per affidare agli Olivetani il Collegio Tolomei della loro città di Siena. Subito dopo i Comizi del 1774, il Generale fu chiamato a Siena dal Luogotenente Simonetti a scopo di trattare in proposito; senonché il Generale stesso si riservò di sentire il parere di tutta la Congregazione; ma in ogni modo, non si poteva sperare di aver Rettore e Professori toscani, perché i monaci del Granducato erano pochi. Si seppe poi a settembre che il Collegio era stato affidato agli Scolopi. La notizia cagionò un certo sollievo nella Congregazione, che non amava uscire dal suo ambiente semplice e casalingo; e quindi, quasi per reazione, fu accolta con maggior festa l'altra notizia di quei giorni circa l'elevazione alla cattedra vescovile di Montalcino dellex-genrale Pecci.
Nell'estate del 1779, dopo la partenza del Generale per la Lombardia, il vicario generale Inghiriami aveva fatto nuove ed accurate ricerche del Corpo del beato nel monastero di Siena, riuscite ancora una volta infruttuose.
Il Governo Napoleonico del regno Italico chiude il monastero il 26 maggio 1808.
Il primo monastero che fu accettato dal beato Bernardo Tolomei fu quello di San Benedetto a Porta Tufi fuori di Siena, nell'anno 1322, lo aveva messo a disposizione Bonaventura di Valcherino (o Gualcherino), gentiluomo terziario francescano e in seguito rettore dello spedale della Casa della Misericordia. Lui stesso aveva cominciato a fabbricarlo, fuori di porta Tufi, e fu intitolato a S. Benedetto.
I monaci di S. Benedetto godettero ben presto di tanta stima, che fin dai primi tempi, fu introdotto presso il Comune l'uso d'invitarne due per assistere alle periodiche elezioni dei magistrati della Repubblica.(Così dice il Lancellotti, op. cit. p.117)
Il 31 ottobre 1338 annotiamo l' Intervento dei monaci di Monte Oliveto e di S. Benedetto di Siena per difendere i propri diritti a riscuotere la "quarta mortuorum", davanti all'autorità vescovile. (Reg. Oliv. I,11).
L'edificazione delle mura di Siena e sviluppo cittadino nei primi decenni del '300.
Proprio nei primi due decenni del trecento, data la prosperità della città e il suo notevole incremento demografico, si dette l'avvio ad un progetto grandioso, il maggiore in estensione di tutta la storia senese, che oltre a borghi nuovi, incluse anche estesi spazi verdi che potevano consentire una maggior autonomia in caso di assedio e soprattutto offrissero zone vergini allo sviluppo edilizio.
Le ragioni della costante espansione della città in atto agli inizi del Trecento sono da ricercarsi quindi negli effetti dell'immigrazione, alla quale probabilmente dettero un non piccolo contributo gli operai incaricati dei nuovi lavori della fabbrica del Duomo, della sistemazione stradale, della manutenzione delle fonti, della costruzione del palazzo Comunale e di tutti quei lavori di pubblica utilità che caratterizzarono il governo dei Nove.
L'incremento demografico e l'espandersi dell'area urbana acquistano un particolare interesse inquadrati nella totalità della vita economica senese del Trecento.
L'aumento della popolazione documentata per i primi decenni del secolo, coincise infatti a Siena con un incremento della produzione industriale, soprattutto nella produzione e lavorazione laniera, con la possibilità di invenire numerosa la mano d'opera e quindi a prezzi più bassi e con un notevole sviluppo della domanda interna.
Del 1323 sono le mura nel tratto di Val di Montone, con la sistemazione della porta nel 1326, anno in cui avvenne anche la progettazione generale di tutto il nuovo tracciato di mura, dalla porta di Ovile a quella di San Marco, quindi da Follonica fino a sant'Agostino, porta Tufi.
Era un progetto di largo respiro che veniva ad ampliare la città e ad offrire nuovi spazi urbani verso sud, sud-ovest. Non era solo il Comune che programmava questo tipo di espansione, ma era la popolazione stessa a non sentirsi sufficientemente sicura dal lato di Camollia che non era protetta da solide mura, mentre se pur all'esterno alle mura, si formavano insediamenti proprio a sud, con un senso di tranquillità e prosperità là dove la città si apriva verso la soggetta Grosseto e verso la Maremma, dalla quale si incoraggiava addirittura l'immigrazione.
La testimonianza diretta di frequenti richieste di cittadinanza presentate da abitanti del contado al Consiglio della Campana, come pure, le registrazioni di nuove case nella Tavola, trovano risposta nel 1329 con la facilitazione offerta dal Comune, relativamente verso i meno abbienti, con la modifica del sistema di tassazione dei nuovi cittadini.
Infatti per statuto ogni nuovo cittadino, all'atto della presentazione della richiesta di cittadinanza, doveva impegnarsi alla costruzione di una abitazione propria del valore di almeno 100 lire nella città o nei suoi borghi, e questo provvedimento certamente riusciva ad evitare la lievitazione degli affitti che sarebbe seguita alla maggiore richiesta di alloggi ed allo stesso tempo si operava così una sorta di selezione dei nuovi cittadini.
Ecco poi l'espansione anche nel borgo di San Maurizio, il borgo di Abbadia Nuova, e in questo senso la costruzione di questa cinta trecentesca sembra voler almeno in parte precedere lo sviluppo anche urbanistico di questo territorio, quasi a ventaglio lungo la direttrice esterna di ciascuna delle porte.
Proprio nei primi due decenni del trecento, data la prosperità della città e il suo notevole incremento demografico, si dette l'avvio ad un progetto grandioso, il maggiore in estensione di tutta la storia senese, che oltre a borghi nuovi, incluse anche estesi spazi verdi che potevano consentire una maggior autonomia in caso di assedio e soprattutto offrissero zone vergini allo sviluppo edilizio.
Proseguendo i lavori si arrivò alla realizzazione delle mura fino a Porta Tufi-Porta San Marco.
Queste mura furono terminate nel 1415.
I frati di San Simone avevano costruito nel 1378 l'arco sulla strada per sorreggere la propria chiesa, e così funzionava come antiporto della città, e con il completamento di questo tratto di mura si raggiunse finalmente quella grossa meta di chiudere il semicerchio dalla chiesa di Santo Spirito fino alla porta Laterina e all'aggancio con le mura di Fontebranda.
Nel 1416 iniziarono i lavori per il completamento dell'ultimo tratto delle mura senesi, quello appunto che avrebbe racchiuso la zona di Follonica e la chiesa di san Francesco.
Se la zona di Follonica non ha mai subito un processo di urbanizzazione, si ha però notizia che nel 1322 certe persone "... hedificarunt extra portam Saancti Johannis Battiste", nel 1347 vi vennero trasferiti certi laboratori dell'arte dei pizzicagnoli proprio perché "extra portam Provenzanam usque planum Follonice ex utraque parte vie ubi sunt cantine (…) sit locus solitarius ab abitationibus (Consiglio Generale 97, c.84v., 1322 agosto 19; 140, c. 10 v., 1347 gennaio 26).
Il 9 marzo del 1383 si ribadì l'inesistenza di mura nel terzo di San Martino, dalla chiesa di santo Spirito a porta Busseto. Nel 1408 finalmente " E' sanesi ferono murare le mura drento a Santo Spirito, cioè drento a santo Giovanni" operando cioè il completamento di questo tratto fino a congiungerlo con le mura interne di Follonica, utilizzando tra l'altro, secondo una pratica piuttosto diffusa nell'epoca, i materiali di recupero di certe case distrutte dei Malavolti.(cfr. Paolo di Tommaso Montauri, Cronaca senese, cit. p. 764.
L'ubicazione per fissare la lira non sempre corrispondeva con l'ubicazione del luogo del popolo parrocchiale.
- Le mura iniziate con un progetto di grandissimo respiro nel 1326 furono inizialmente importanti per il controllo delle merci in transito, e quindi per una ragione di tassazione o gabella, e nello stesso tempo diventavano il simbolo della dignità della città e l'espressione del suo volontario isolamento dal mondo circostante e in seguito risultarono opere veramente necessarie per la difesa da bande mercenarie.
Come ammiriamo dall'immagine del Buongoverno del Lorenzetti l'alta cinta di mura divide nettamente in due la città dall'alto verso il basso, e oltre le mura c'è la campagna ben distinta dalla città, ma comunicante con essa attraverso la porta dalla quale transitano muli carichi di merci.
Fa impressione costatare che solo verso il 1371-1383 si presero provvedimenti per completare la cinta del tratto ovest delle nuove mura. Infatti la cinta muraria restava ancora aperta da un lato e quindi incompleta fino al 27 settembre 1371 quando il Consiglio Generale della Campana stabilì di costruire "super fosso cavalcante terzeri Sancti Martini, videlicet ab Abatia Nova ad Ecclesiam fratrum Sancti Spiritus" (A quel giorno il monastero di san Giovanni al Piscione era già dal 1353 unito a Santo Spirito tenuto ancora dai Silvestrini ( prima dei domenicani).
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Bibliografia e fonti:
Nel 1347 era priore Fra Geronimo di ser Sozzo di Siena.
TAVOLA delle Possessioni: Anni 1316-1320
-Volumi rimasti 144:
1-92 : Possedimenti dei proprietari del Contado,
93 : Immobili del contado - del 1665
95-144 : Beni degli abitanti della città
- Dei volumi che mancano sono quelli contenenti la lira di:
- Abbazia all'Arco,
- Stalloreggi di fuori,
- Abbazia Nuova di sopra,
- Castel Montone,
- San Maurizio di fuori.
- Biccherna: vedi i registri dal 1307 al 1354: promesse di costruzione di edifici.
- Vedi le Cronache senesi di - Agnolo di Tura ecc. per la storia delle costruzioni delle chiese e di edifici pubblici, l'incremento demografico.
Atti notarili di San Benedetto : F O N T E S
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Ecco la descrizione dei documenti:
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Dai documenti citati in occasione degli scavi per cercare le ossa del B. Bernardo Tolomei abbiamo trovato citato le seguenti date con i rispettivi fatti storici:
Sono documenti che provengono anticamente dal monastero di San Benedetto di Siena a Porta Tufi, e che si trovano citati e in transunto trascritti nel volume manoscritto da Don Ippolito Piccolomini nel 1774 per il monastero di San Benedetto e ai quali si fa riferimento anche nelle descrizioni in ordine alfabetico UU nello stesso .
Ecco l’elenco dei documenti:
B 1
B 2
B 3 1339.12.01: Ego domina..filia de Sancto
B 4 1388
1338 - Ser Giovanni del già Ser Ranucci di Ventura . B 5 - UU f. 42 fac. 2
1339 - Guido del già Giovanni detto il Porco B 6 - UU f. 43
1363 - Brizzo del già Pavolo e Ser Bartolomeo 1368 . B 7 - UU f. 43 fac. 2
1364 - Ser Francesco del già Lando . B 11 - UU f. 44.
1368 - Ser Bartolomeo del già Pavolo. B 8 - UU f. 43 fac. 2.
1369 - Ser Nino del già Ser Domenico di Nino . B 16 - UU fo. 47.
1374 - Ser Francesco del già Lando di Ser Mino di Ima B 12 - UU f. 45.
1379 - Ser Salerno del già Giannino. B 17 - UU fo 47 fac. 2.
1400 - Ser Bonfilio da Corsignano. B 28 - UU f. 53 fac.2
1405 - Gregorio XII concede la chiesa di S. Teodoro B 30 – UU f. 54
1408 - Ser Lorenzo di Ser Lapo, in Pantaneto B 29-UU 53
1419 - Ser Giacomo di ser Francesco di ser Nino di Tura B 33- UU a fo 55
La serie degli atti notarili in carta pecora che si trovano nell’archivio di Monte Oliveto denominato DIPMOM B (diplomatico dell’archivio generale di Monte Oliveto, serie B)
Sono documenti che provengono anticamente dal monastero di San Benedetto di Siena a Porta Tufi, e che si trovano citati e in transunto trascritti nel volume manoscritto da Don Ippolito Piccolomini nel 1774 per il monastero di San Benedetto e ai quali si fa riferimento anche nelle descrizioni in ordine alfabetico UU nello stesso .
Ecco la descrizione dei documenti:
1338 Eredità di Ser Sozzo per Fra Girolamo B 5 UU a fo 42 fac 2
Pervenne al Monastero di San Benedetto l'eredità di Ser Sozzo mediante la persona di Fra Girolamo monaco, avendo il monastero suddetto preso il possesso di un pezzo di terra, vigna e bosco con Casa, Capanna e cisterna in Corte di Cerbaia detto Rasa, confinante da due parti la via e da altra Mignanello d'Andrea Mignanelli, sotto rogito di Ser Giovanni del già Ser Ranuccio di Ventura, come al Contratto sciolto in Cartapecora segnato B.5 ed al Libro segnato UU. a fo. 42 fac. 2.
La sopraddetta possessione non si possiede dal Monastero nè se ne trova la vendita.
Ser Giovanni del già Ser Ranucci di Ventura.
1339/8/ 7 Donazione di grano: 125 moggia B 6 - UU f. 43
Nell'anno 1338 Misser Niccolò del già Giotto de Ragnoni donò al Monastero di San Benedetto moggia centoventicinque di grano cedendo tutte le ragioni delle medesime, che gli potevano competere e gli si competevano contro Galletta suo figliolo emancipato e che detto suo figlio lo doveva dargli per tutto il tempo di sua vita dei frutti e rendite di certe possessioni poste nella Corte del Sasso di Maremma, sotto rogito di Guido del già Vanni detto il Porco, come appare al Contratto sciolto in carta pecora segnato B. 6 ed al Libro segnato UU a fo. 43.
"Ego dominus Niccolaus miles filius quondam Grotti de Ragnonibus de Senis per me ipso et omni jure via et in quibus possum tantum donationis inter vivos. Ita per aliqua ingratitudine vel offensam vel alio modo renueri non possit plene libere et simpliciter do et dono vobis fratri Bareta Comes Mini de ordine fratrum Sancte Marie de Monte Oliveto prope senas recte et stipulanti pro domino Abbate monasterio Capitulo conventu et fratribus Sancte Marie de Monte Oliveto et eorum fraturm vice et nomine nominum infrascriptorum et ex eorum et totum do cedo et concedo vobis... dictum est et in dictum dominum abbatem Monasterii Capituli Conventus et fratrum per ..omnia et singula jura et actiones et petitiones et pignora obbligationes reales et principales...directas tacitas ex expressas sine mixtas et omnes alias que et quas...
..mediorum frumenti boni puri et necti ad rectum starum comitatus Sen. sine malitia de summa et quantitate eorum usum fructuum reditum sen. proventum quod dictus Galletta in dare et tradere tenetur debet et promisit toto tempore vite sue per usum fructum et reditum..et possessiones posite in castro Sassi Umbronis comitat Sen. et dicte curie. Pérout de pactis latius dicitur...
..Preterea ego notarius infrascriptus percepi nomine Ture et...sta. sen. dicto domino Niccolao donationis prope...predicta omnia et singula confiteor per hoc instrumentum et omnia singula observar. de ipso abbati fratribus Monasterio Capitulo et Conventu Sen. is per singula vel singuli consensuit et promisuit in...
Actum in claustro sancti Benedicti Sene de Monte oliveto posito extra portam de Tufis prope Senas coram fratre Ristoro Balducci, fratre Bencivenne, Johannis de dicto ordine, Magistro Lando Magistri Cennis et Salvi Accorsini tantum presentibus et rogatis.
Ego Guido not. filius quondam Vannis vocatus Porci predictis omnibus interrogatus et ea rogatus...
Guido del già Vanni detto il Porco.
1363 Donazione di 25/720 parti da Giovanni Ragnoni B 7 - UU f. 43 fac. 2
Da Giovanni del già Lando di Giotto Ragnoni e da Donna Filippa del già Figo di Leo sua moglie fu donato al Monastero di San Benedetto 25 delle 720 parti dell'infrascritti stabili, sotto rogito di Ser Brizzo del già Pavolo; cioè una casa posta nel Popolo di San Martino, confinante da uno la strada maestra, da latro il chiasso, e da due gli Eredi di Donna Checca del Priorino; tutta la parte e ragioni che avevano di certe Case basse colle Botteghe, poste in detto Popolo, confinante da due strade e da un' altra Francesco di Arrigo di Cione Ragnoni; tutta la parte e ragioni che gli si competevano di certa Bottega in Contrada di Parrione, confinante colla strada di Parrione, con Francesco di Biagio Piccolomini e cogli Eredi di Ragnuzzo Ragnoni come al Contratto sciolto in Cartapecora segnato B 7 e al libro segnato UU a fo. 43 fac. 2.
La predetta Donna Filippa conferma la sopraccennata donazione l'anno 1368 sotto rogito di Ser Bartolomeo del già Francesco di Tellino, come al Contratto sciolto in Cartapecora segnato B, primo, ed al Libro segnato UU a fo. 41.
Li sopraddetti Beni non si possiedono presentemente dal Monastero, ne si trova la di loro alienazione.
Ser Brizzo del già Pavolo e Ser Bartolomeo 1363.
1368 Eredità di Giovanni d'Andreuccio e Niccolosa B 8 - UU f. 43 fac. 2
Pervenne al Monastero di San Benedetto la metà dell'Eredità di Giovanni d'Andreuccio e di Niccolosa sua moglie per la persona di Fra Niccolò Monaco loro figlio, spettandosi l'altra metà per indiviso a Giovanni di lui fratello germano sotto rogito di Ser Bartolomeo del già Pavolo, come al Contratto sciolto in Cartapecora segnato B 8, e al libro segnato UU fo. 43 fac. 2.
Non si trova memoria di quello pervenisse al Monastero per la detta Eredità.
Ser Bartolomeo del già Paolo
B 9
B 10
1364 Testamento di Donna Pia Tolomei:700 fiorini B 11 - UU f. 44
Donna Pia di Mino di Missere Stricca Tolomei, vedova di Misser Gualtieri Piccolomini fece testamento sotto rogito di Ser Francesco del già Lando, nel quale lassò tutte le sue doti ascendenti alla somma di fiorini settecento d'oro, la metà di essi a Milia, di poi Suor Orsola Monaca in Santa Marta. L'altra metà a Fra Antonio monaco non professo di San Benedetto, come si legge al Contratto sciolto in Cartapecora, segnato B 11, ed al Libro segnato UU a fo. 44.
Ser Francesco del già Lando.
1370 Testamento di Giovanni di Ser Dino:500 fior. B 16 - UU fo. 47
Giovanni del già Ser Dino per suo testamento, rogato da Ser Mino anzi Nino, del già Ser Domenico di Nino notaro, lasciò fiorini cinque d'oro ogni anno in perpetuo al Monastero di San Benedetto, da pagarsi dallo Spedale di Santa Maria della Scala, a cui ordinò, che dai suoi eredi se gli desse per tale effetto un Podere di valuta fiorini settecento d'oro, ed in caso, il detto Spedale lo ricusasse, ordinò, che fosse dato alla Compagnia della Vergine Maria, e quando essa pure non l'accettasse dovesse detto Podere darsi ai Frati di Sant'Agostino, ed altri Religiosi dichiarati in detto testamento, come appare al Contratto sciolto in Cartapecora segnato B 16 ed al Libro segnato UU a fo. 47.
Il sopraddetto annuo Legato di fiorini cinque d'oro, non solo non si esige, ma neppure si trova, che per l'addietro sia stato esatto.
Ser Nino del già Ser Domenico di Nino.
1374 Testamento di Donna Margarita Buonsignori B 12 -UU f. 45
Donna Margarita figliola del nobil Cavaliere Misser Filippo di Misser Niccolò Buonsignori, moglie del nobil uomo Neri del già Cecco de Baschi, denominato Neri della Contessa per suo testamento sotto rogito di Ser Francesco del già Lando di Ser Mino di Ima lasciò al Monastero olivetano di San Benedetto fiorini seimila quattrocento d'oro e per la riscossione di esso Legato fu fatto il mandato dal detto Monastero a più persone acciò potessero risquotere dai Signori Regolatori, i Camerlengo di Biccherna ogni quantità di denaro da esso Comune dovuto alla predetta donna Margarita per cagione particolarmente dell'obbligazione fatta dal Magnifico Conte sanese, del già Conte Stefano de Conti di Santa Fiora della predetta somma, dovutagli dal detto Comune di Siena per le rendite e proventi della Terra di Magliano, e dal predetto Monastero veniva asserito spettargli detto Legato in vigore del sopraccennato testamento, e del mandato fatto del detto Monastero se ne rogò Ser Francesco del già Ser Mino di Tura, come al Contratto sciolto in cartapecora segnato B 12 ed al Libro segnato UU a fo. 45
Ser Francesco del già Lando di Ser Mino di Tura.
1379 Eredità di Fra Bartolomeo di Piero Ciani: 140 fiorini B 17 - UU fo 47 fac. 2.
Fiorini centoquaranta pervennero al Monastero di San Benedetto per l'eredità di Fra Bartolomeo di Piero Ciani, e per l'esazione dei medesimi fu fatto il mandato a più persone dal predetto monastero, sotto rogito di Ser Salerno. del già Giannino, come al Contratto sciolto in cartapecora, segnato B 17 ed al Libro UU a fo. 47 fac. 2
Ser Salerno del già Giannino
B 20 “In choro Ecclesiae novae maiori..”
1389 Testamento di Simone Chiavaro :Una casa B 25 - UU fo. 51 fac. 2.
Simone Chiavaro del già Bianco per suo testamento di detto anno lasciò al Monastero di San Benedetto una casa per indiviso, posta nel Popolo di San Martino di Siena, come appare al contratto sciolto in cartapecora segnato B 25 ed al Libro segnato UU a fo. 51 fac. 2.
La sopraddetta casa non possiede dal Monastero ne si trova l'alienazione.
1392 Testamento di stabili:Misser Lottorengo
Misser Lottorengo di Bindi Tenghi Rettore della Casa della Misericordia per suo testamento di detto anno 1392 lasciò erede il Monastero di San Benedetto Olivetano, a cui pervennero per detta Eredità l'infrascritti stabili ed obblighi:
Poderi due nel Popolo di San Lorenzo a Pilli.
Podere uno nelle Masse di Siena nel Popolo di Santa Agata, confinante colla Porta Giustizia della detta città di Siena.
Li sopraddetti Poderi non si possiedono presentemente dal Monastero ne si trova l'alienazione di essi.
1400 Legato di Neroccio Piccolomini . B28 - UU f. 53 fac.2
Legato di Fra Neroccio di Gabriello Piccolomini monaco novizio fatto al Monastero di San Benedetto per suo testamento rogato da Ser Bonfilio di Luca da Corsignano d'un podere posto a Radi di Creta, come appare dal Contratto sciolto in carta pecora segnato B 28 ed al Libro segnato UU a fo. 53 .
Il suddetto podere non si possiede dal Monastero, nè si trova l'alienazione.
Ser Bonfilio di Luca da Corsignano
1408 Donazione di Duccio del Paniccia di Casa B 29 - in Pantaneto UU fo. 53
Duccio del già Jacomo del Paniccia donò al Monastero di San Benedetto la sesta parte d'una casa posta in Siena in Pantaneto coll'obbligo ingiunto al Monastero di dovergli dare ogni anno sua vita durante fiorini tre d'oro, ovvero stara dodici di grano sotto rogito di Ser Lorenzo di Ser Lapo, come al Contratto sciolto in cartapecora segnato B 29 ed al Libro segnato UU a fo. 53 fac.2.
Non si possiede dal monastero, ne se ne trova l'alienazione
Ser Lorenzo di Ser Lapo,
1405 17 dicembre: B 30 UUU f. 54
Gregorio XII concede la chiesa di S. Teodoro a S. Benedetto. questa chiesa era posta nel poggio in faccia al finestrone contiguo all'appartamento del Rev.mo Padre Abate pro tempore e nel 1410 da l'autorizzazione a poterla demolire perché cadente e nel 1443 l'atra concessione di potersene servire di quel materiale per costruire una cappella dedicata a S. Teodoro, essendone in possesso già da 38 anni (= dal 1372). Le rendite di quella chiesa non eccedevano la somma di fiorini dugento cinquanta d'oro, come appare per Bolla esistente tra i Contratti sciolti in cartapecora segnata B 30 e al libro segnato UU a fò 54.
1419 Legato di Ser Nofrio del Pastella B 33- UU a fo 55
L'anno 1419 Ser Nofrio del già Maestro Cecco Pastella Rettore di San Pietro a Paterno per suo testamento di detto anno sotto rogito di Ser Giacomo del già Ser Francesco di Ser Nino di Tura cedè al Monastero di San Benedetto le ragioni, che esso poteva avere sopra il Mulino di Rapolano, acciò li Monaci potessero far terminare il chiostro (di San Benedetto) già cominciato come appare al Contratto sciolto in Cartapecora segnato B 33 ed al libro segnato UU a fò 55.
Non si possiede dal Monastero ne se ne trova la vendita.
Ser Giacomo di ser Francesco di ser Nino di Tura.
B. n.38 il 13 agosto 1466 (Libro VV a pag. 57)
1443 Eredità di Fra Sebastiano UU fo. 172 fac. 2 - R a fo.75
L'anno 1443 pervenne al Monastero di San Benedetto l'eredità di fra Sebastiano di Martino di Bartolomeo da Sciano Pittore in vigore del suo testamento fatto in detto anno, quale eredità consiste nell'infrascritti stabili. Ordinando che il Podere della Pieve di San Giovanni in Vescona corte di Asciano di detta eredità non si potesse mai vendere, ed il detto testatore era monaco di Monte Oliveto, come al Libro segnato UU a fo. 172 e al libro Rosso R a fo. 75 fac. 2.
Il suddetto Podere fu venduto l'anno 1749 per fiorini trecento trentacinque a Ser Antonio Campana (Notaio) come si legge al libro segnato AA a fo. 95 e rinvestito parte di detto denaro nella compra fatta dal detto Monastero di un Podere a Casale, come in detto Libro a fo. 95 fac. 2.
Altro Podere posto in Corte di Montecchiello detto il Palazzetto.
Il sopraddetto Podere fu permutato nel podere di San Giorgio posto in corte di Petroio confinante con i beni di sant'Anna, collo Spedale di Santa Maria della Scala come si legge al libro segnato UU a fo. 172, e al libro rosso segnato R. a fo. 75 fac. 2. E la detta permuta fu fatta collo Spedale sopraddetto.
Una vigna posta nelle Masse di Siena nel Comune di Vignano. R 39
La predetta vigna fu venduta dal Monastero di San Benedetto l'anno 1445 per fiorini Centosessanta ad Ambrogio di Nuto di Piero Pannellini come al Contratto sciolto in cartapecora segnato B 39, ed al Libro segnato UU fo. 57 fac. 2 ed al libro rosso segnato R a fo. 75 fac. 2.
Una casa posta in Siena in Contrada di Salicotto.
La sopraddetta Casa fu venduta dal Monastero per fiorini dugentoventicinque a Ser Pavolo di Piero da Asinalonga sotto rogito di Ser Mino Ciceschi come nel Libro segnato UU a fo. 172 ed al libro rosso segnato R fo. 75 fac. 2.
Lire ottocentoquaranta e soldi otto di denari nel Monte di Siena, mobili ed altre cose, delle quali non ne apparisce memoria come al libro segnato UU fo. 172 ed al libro rosso segnato R fo 75 fac.2
1456 : Oblato e offerta di Mattia di Luca di Pompea B 35.
1452 Legato di Bartolomeo di Francesco : 50 fiorini B 36 - UU fo 56
L'anno 1452 furono lasciati fiorini cinquanta al Monastero di San Benedetto per Legato di Bartolomeo di Francesco, per suo testamento dona 50 fiorini;
rogato da ser Antonio del già Ser Giovanni, come al Contratto sciolto in cartapecora segnato B 36 ed al Libro segnato UU fo. 56
Ser Antonio del già Ser Giovanni.
1453 Legato di Onofrio Nota di 400 fiorini B 37 - UU a fo. 57
L'anno 1453. Legato di fiorini quattrocento fatto al Monastero di San Benedetto da Onofrio di Cecco notaro per suo testamento con alcuni pesi, quali per essere gravosi furono per Bolla di Niccolò soppressi col consenso delle Parti, esistente detta Bolla tra i contratti sciolti in cartapecora sotto il B 37 ed al libro segnato UU a fo. 57.
Onofrio di Ceco not.
1455 Legato di Fiorini 700 di Rinaldo di Rinaldo R a fo 109
L'anno 1455. Legato di fiorini 700 dico settecento fatto al Monastero di San Benedetto da Rinaldo di Rinaldo di Marco Pecci nel di lui testamento di detto anno esistente nell'archivio dello Spedale di Santa Maria della Scala, da pagarsi dallo Spedale predetto al suddetto Monastero doppo l'estinzione di detta sua linea mascolina de' Pecci, nel qual caso chiamò suo erede il detto Spedale della Scala.
Memoria di detto Spedale.
La discendenza mascolina di detto Pecci terminò nei figlioli di Alessandro, di Antonio Maria, di Jacomo, di Antonio Maria di Rinaldo, di Jacomo, di Misser Rinaldo, di Rinaldo di Marco Pecci, e detto Alessandro risiedè nel Supremo Maestrato l'anno 1601
- Il Monastero di San Benedetto sino al presente anno 1734 non ha ricevuto cosa alcuna di detto Legato per non avere avuto notizia della terminata Descendenza mascolina predetta, sono ne presenti tempi come più lungamente apparisce delle cose predette dal Libro segnato UU a fo. 186 ed al Libro rosso segnato R a fo. 109 ed al Libro MM a fo. 422.
1456 1466 13 agosto (Libro VV a pag. 57) B 38 Oblato e offerta di Mattia di Luca di Pompeo B 35 UU 56 - R fo 70
L'anno 1456 Mattia di Luca di Pompeo si fece Oblato del Monastero di San Benedetto ed in tale occasione offrì e donò al medesimo tutta la sua robba sotto rogito di Ser Luca di Nanni, come al Contratto sciolto in cartapecora segnato B 35 ed al Libro segnato UU a fo. 56, ed al Libro rosso segnato R a fo. 70.
Non ostante la revoca di detta Donazione ed Oblazione il monastero di San Benedetto rimase Erede dei beni di detto Mattia in vigore del di lui testamento fatto l'anno 1447 sotto rogito di Ser Luca di Nanni, come al libro segnato UU a fo. 56 dal libro rosso segnato R a fo. 70 e seguenti; avendo sopra tal causa scritto a favore del Monastero li famosissimi, insigni ed eruditissimi Dottori Mariano Sozzini, Bartolomeo Sozzini, Filippo Corneo e Gio.Batta Caccialupi e Tommaso Docci. come ai libri rosso segnato R a fo. 70 e seguenti ed al libro segnato LL a fo. primo e seguenti, nel secondo libro dei quali vi sono in Consulti originali.
Ser Luca di Nanni
1445 : Vendita della vigna nel comune di Vignano per fiorini 160 ad Ambrogio di Nuto di Piero Pannelini.
n. 1034DOM 1382 dicembre 31, casella 1086 B 40, n. 1021, c. 19r (alla data)Luca figliolo di Giovanni, detto Pignatta, da Radicondoli fa quietanza a Giovanni di Feo di Nardo ed a Felice di ser Lorenzo, speziale, per conto d'una casa vendutagli nella contrada del Casato di Sopra, alla quale confinano i frati di Monte Oliveto, come per rogito di ser Pietro di ser Domenico Nini notaro.Rogato in Siena da Giovanni del già MINUCCIO, presenti maestro Agostino di Muccio e Nuccio di Bino dal Monastero di Sant'Eugenio.
1469 B n. 43 : 10 ottobre 1469: Liberazione dal giuspatronato ottenuto nel 1372 per la costruzione della cappella da parte dell'egregio Signor Giacomo del Signor Marco di Siena.
1475 Libro AA fo. 43 fac Ser Bartolomeo da Grosseto
1484 AA fo. 65 fac. 2 Ser Bartolomeo di Filippo Ballati
Storia della fabbrica di San Benedetto e Spese di rilievo
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Dal Libro Ricordi A rileviamo a fò.23:
" L'anno 1443 da Eugenio IV fu concesso al monastero di San Benedetto di potersi servire dei materiali della Chiesa rovinata di San Teodoro posta sul poggio in faccia al Finestrone vicino alle camere del Rev.do Abate pro tempore del Monastero suddetto, alla condizione che in detta chiesa di San Benedetto in luogo ad essa vicino fosse fabbricata una cappella ex altare di San Teodoro, Il 26 gennaio 1462 (f.23) ci fu un Mandato di procura emesso dal capitolo monastico di S. Benedetto di Siena. (Reg. Oliv.II,37) e l'anno 1466 fu adempiuta tale spesa, come apparisce dalla carta pecora sciolta (segnata B.38) esistente tra Contratti sciolti in carta pecora e il ritratto d'essa al nostro Libro VV. à fò 57.
- Nel 1472 fu rifatta la mattonatura del chiostro con 3575 mattoni a £ 10 f. 10 il migliaio. (Libro AA a fo. 33).
- L'anno 1473 furono spese lire centocinquantaquattro per lavoro della Pila da lavarsi le mani che era lunga due braccia, alta e lunga quarti due con altre cose, /come al libro segnato AA. fo. 21 fac. 2).
- L'anno 1486 fu fatto accordo con le monache di Santa Maria Maddalena per le miniature delle lettere dei due libri del Coro per capi 63 grandi a soldi quattro l'uno, per capi 348 piccole a soldi 60 il cento, (come al libro Segnato DC. dell'anno 1475 a fo. 140).
- L'anno 1486 a Don Bernardino da Cremona furono pagate lettere 125 fatte nel Salterio del Coro a soldi tre l'una, e 2100 lettere piccole colorite d'azzurro e cinabro a lire tre il cento, come al libro segnato AA a fo. 77 fac. 2 e fo. 78.
- L'anno 1492 . Nella chiesa di San Benedetto fabbricata da Maestro Giuseppe da Piacenza, fu speso la somma di lire mille trecento settanta cinque, soldi 156 (come al libro segnato AA a fo. 96).
- Libro AA pag. 92 : Anno 1492: Fabbrica e restauro della chiesa che era stata progettata da Francesco di Giorgio Martini.
- L'anno 1496 fu fatto il Campanile della Chiesa di San Benedetto, lavorato dal Maestro Antonio Frissa al quale fu dato lire cento e a Maestro Giovanni Compagno ducati nove e mezzo per mesi due e mezzo per loro lavoro (come al libro segnato DC, dell'anno 1495 a fo. 12).
- l'anno 1509 fu fatta la muraglia lungo la strada cominciando dal confino del podere delle Monache di Santa Maria Maddalena sino alla Piazza della Chiesa e fu terminata il 10 luglio, a contemplazione del Mag.to Pandolfo Petrucci e costò lire 483 ( come al libro segnato AA a fo. 153).
- L'anno 1524 fu fatta la Grillanda di marmo al lavamani del Refettorio e costò lire dugentotrentotto e soldi 5 come al libro segnato DC del 1522 a fo. 42
- L'anno 1514 e 1529 furono fatte le residenze del Coro esistente nella chiesa di San Benedetto e la residenza del celebrante. La messa cantata da Fra Girolamo da Verona olivetano, come si legge nel libro delle Croniche olivetane del Pre. Abate Don Secondo Lancellotti a fo 116.
- L'anno 1562 il 12 luglio per essere stato in gran parte distrutto dalle guerre il Monastero di San Benedetto fu rifatto lo scialbo e fatta la spesa della copertura dei tetti del Dormitorio dei Monaci, Celleraria e stalla (come al libro segnato SS. a fo. 25-26).
- L'anno 1580 fu fatto il chiostro maggiore tra la Chiesa e il refettorio dal Rev.mo Padre Abate Don Pio Nuti, abate generale Olivetano, dopo che la guerra l'aveva quasi interamente abbattuto , anche per mano dei cittadini stessi, perché non offrisse riparo al nemico, come al libro della fabbrica di detto Chiostro.
In seguito il 14 settembre 1596, l'abate Don Pio Nuti di Siena, già Generale, lasciò il governo di S. Benedetto di Siena e ritenne il titolo di abate di Sicille, per essere stato nominato spedalingo di S. Maria della Scala.
- Dal 1588 al 1599 fu fatto lo scialbo di tutta la chiesa (come al libro DC fo. 87).
- L'anno 1605 furono fatte le Residenze del Coro esistenti dietro all'altare maggiore e la spesa fu di scudi trecento come al libro dell'Entrata ed uscita del detto anno 1605, a fo. 90.
- L'anno 1605 fu fatto il muro in faccia al monastero che regge le terre del Poggio e la spesa fu di scudi centocinquanta, come al libro dell'Entrata ed uscita dell'anno 1605 al fo. 90
- L'anno 1624 furono fatte le Foresterie di sopra e di sotto del Monastero compresovi le due stanze del Padre Procuratore e quella di sopra e parimente la Tinaia del Padre Abate Don Vittorio del Testa Piccolomini, come al libro di detta fabbrica e memoria in lapide sopra la detta Foresteria, e ciò fu possibile con la vendita di alcuni bellissimi quadri di celebri Pittori fatta alla serenissima Casa dei Medici regnante, come si legge dalla Memoria in lapide posta sopra al piccolo atrio per dove si va in essa ed in faccia alla porta principale del Monastero.
- L'anno 1629 dal Padre Abate Don Vittorio del Testa Piccolomini fu fatta la spesa di scudi ottocento in argenteria e suppellettili della chiesa di San Benedetto col denaro concessogli ad uso suo, come al libro segnato MM a fo. 29 e 34 fac. 2 ed in questo medesimo Indice sotto la lettera A, alla parola Argenteria vi è la nota di tutto quello, che esso fu assegnato e donato al Monastero.
- L'anno 1633 furono fatti sei Candeliere, Croce e piede d'argento dal P. Abate Don Vittorio del Testa Piccolomini col denaro del suo uso e la spesa fu di lire tremilaventinove, come al libro segnato MM a fo. 31.
L'anno 1633 fu fabbricata da fondamenti la casa del Podere di sopra al Monastero di San Benedetto e la spesa fu di scudi trecentotrentatre sol. 15 come al Giornale del 1630 a fo. 375.
- L'anno 1633 fu fatto in quest'anno il Granaio nella piccola piazza della chiesa di detto Monastero in faccia alle stanze del P, Abate pro tempore e la spesa fu di lire mille ottocento nove e soldi 16, come al libro segnato MM a fo. 468 e fo. 469.
- L'anno 1637 fu fabbricata la Casa nell'Orto denominato presentemente Podere di sopra al Monastero, quale di presente si vede e la spesa fu di lire duemila dugento trentatre soldi 15 come al libro denominato Giornale del 1630 a fo. 375.
- L'anno 1636 fu fatto l’apparato de Corami nelle tre stanze dell'appartamento del Padre Abate locale e la spesa fu di lire milletrecentoquaranta sol. 11, come al libro delle uscite del 1629 a fo. 196.
- L'anno 1636 fu fatta la Campana maggiore e oltre il denaro somministrato da altri il monastero di San Benedetto vi spese scudi ottantasette, come all'uscita dell'anno 1629 a fo. 196.
- L'anno 1636 fu fatto il muro del gallinaio e la spesa fu di lire trecentonovantaquattro sol. 11 e 4 come all'uscita del 1629 a fo 196.
- L'anno 1653 furono fatti i setini di raso per la chiesa e costarono lire duemiladuecentodieci, come al libro dell'uscita del 1645 a fo. 233.
- l'anno 1664 furono fatti alcuni setini di raso per detta chiesa, e si vede il millesimo nelle arme esistente nei medesimi setini come all'uscita della sagrestia segnata A del 1644 a fo. 154 e la spesa fu di lire millecinquecento in circa fatta l'anno 1664.
- L'anno 1691 per un paro d'ampolline d'argento di peso once nove e denari dodici fatte dal Padre Abate Don Ippolito de Vecchi col denaro proprio in Roma scudi undici e baiocchi novanta, come al libro segnato MM a fo. 403.
- L'anno 1692 furono fatte dal Padre Abate de Vecchi quattro pianete di broccato, la spesa fu di scudi centosettanta romani come al libro rosso segnato R a fo 288, num. 2.
- L'anno 1692 fu fatto la Carta gloria, In principio e lavabo di pero con lastre e fogliami d'argento anzi di rame dorato dal predetto Abate da Vecchi e la spesa fu di scudi diciotto romani, come al libro rosso segnato R a fo. 290 num. 2.
- L'anno 1693 fu fatto il piede d'argento al Cristo di Corallo e costò detto piede piastre trentatre essendovi posto once trentatre argento dal Padre Abate de Vecchi, come al libro rosso segnato R a fo. 292 n: 3.
. L'anno 1693 fu fatta la volta al Campanile e la balaustrata di marmi nostrani dal P. Abate de Vecchi. La spesa fu di scudi Centoquaranta romani, e baiocchi ottanta come al libro rosso segnato R a fo. 292, num.2 e 3.
- l'anno 1693 fu fatto l'altare maggiore con la statua di San Benedetto e li quattro anheli di marmo di Carrara, lavorato e fatto dal Maestro Gio. Antonio Mazzuoli scultore senese come pure fu fatto il pavimento del coro r presbiterio e li scaloni dell'altare maggiore di marmo nostrano e la spesa fu fatta dal Padre Abate de Vecchi col suo denaro ne vi è memoria a quanto ascendesse la spesa, del tempo poi e da chi fu fatto la spesa apparisce dalla memoria posta nella finestrella dell'altare maggiore.
- L'anno 1700 furono fatti altri sei candelieri, Croce e piede d'argento di peso libbre quarantatre e once otto, a lire sette e mezzo l'oncia dal detto Padre Abate col suo denaro e la spesa fu di scudi cinquecentosessantuno e lire tre, come al libro segnato MM a fo. 405.
- L'anno 1702 furono fatti quattro Reliquiari d'argento di peso libre otto e once tre lavorati dal maestro Giovanni Bonechi senese a lire sette l'oncia e la spesa importò scudi novantanove e lire cinque, che fu fatta dal detto P. Abate de Vecchi col suo proprio denaro, come al libro segnato MM. a fo. 449.
- L'anno 1703 furono fatte Cartegloria, In principio e lavabo d'argento del P. Abate de Vecchi col suo denaro e la spesa fu di scudi centosettantanove, come al libro segnato MM a fo. 382.
- L'anno 1703 furono fatte dal padre Abate de Vecchi col suo denaro altri quattro Reliquiari d'argento: l'ostensorio, altro Reliquiario per il legno della Santissima Croce, il Baccile, Mescirobba tutto d'argento e parimente una crocetta di pietre verdi, la spesa delle quali cose non si è trovato a quanto ascendesse, solo in detti argenti vi è l'arme di detto Padre Abate de Vecchi.
- L'anno 1703 fu fatto il Paliotto d'argento di peso libbre trenta, once sette e denari trentadue dal medesimo Padre Abate de Vecchi, lavorato dal retroscritto Bonechi, col denaro di detto Padre Abate e la spesa fu di scudi quattrocento, come al libro segnato MM a fo 406.
- L'anno 1703 fu fatto il trono con sedia e Baldacchino dal detto Padre Abate de Vecchi col suo denaro e la spesa fu di scudi quarantasei e lire tre, come al libro segnato MM a fo. 402.
- L'anno 1704 fu fatto il Balaustrato di marmo dal predetto Padre Abate de Vecchi col suo denaro, ne si trova a quanto ascendesse la spesa e nello scalino di essa vi è la memoria dell'anno.
- L'anno 1704 furono fatti li sportelli di bronzo a detto Balaustrato dal suddetto Padre Abate de Vecchi col suo denaro e la spesa fu di scudi diciassette come al libro segnato MM a fo. 407.
- L'anno 1704 furono fatti li setini alla Cappella del Santissimo Sacramento vicino alla Sacrestia dal detto Padre Abate de Vecchi col suo denaro e la spesa fu di scudi cinquanta, lire1 6soldi, come al libro segnato MM a fo. 394.
- L'anno 1705 fu fatto il Faldistorio colla sua coperta di seta dal detto Padre Abate de Vecchi a sue spese, come al libro segnato MM a fo. 453.
- L'anno 1706 furono fatte le Cartaglorie, In principio e Lavabo dal detto Padre Abate de Vecchi col suo denaro e la spesa fu di scudi ventitre lire 2 essendo le medesime di rame dorato, come al detto libro MM a fo 414.
- L'anno 1706 furono fatti i Busti due d'argento rappresentanti, uno Santa Francesca Romana e l'altro il Beato Bernardo, dal suddetto Padre Abate col suo denaro e la spesa fu di scudi trecentonove, come al libro segnato MM a fo 319.
- L'anno 1706 furono fatti vasi sei d'argento dal predetto Padre Abate de Vecchi e col suo denaro concorse alle spese di scudi centoquarantaquattro, e lire sei, come al libro MM a fo, 414 num. 34 e 39.
- L'anno 1706 furono fatti quattro Reliquiari a piramide di pero con sfoglie d'argento dal detto Padre Abate de Vecchi col suo denaro e la spesa importò scudi ventiquattro, come al libro segnato MM a fo. 414 num 31, 35 e 36.
- L'anno 1707 furono fatti li setini gialli e rossi di seta per la Cappella di Santa Francesca dal predetto Padre Abate de Vecchi a sue spese, come appare al libro segnato MM a fo.397.
- L'anno 1707 fu fatto il Pavimento o Spazzo di pietra nostrana nella chiesa di San Benedetto, lavorato da Mastro Gio. Batta da Carrara col denaro del detto Padre Abate de Vecchi, dal balaustro sino alla metà di chiesa, la spesa fu di scudi dugento, come al libro segnato MM a fo. 390 e l'altra metà fu parimente fatta col denaro dello spoglio di detto Padre Abate de Vecchi dopo la di lui morte, seguita l'anno 1708 li dieci settembre.
- L'anno 1708 furono fatti altri due Reliquiari d'argento dal detto Padre Abate de Vecchi ne quali furono impiegate libbre undici e once sei d'argento del monastero e detto Padre Abate vi pose di suo scudi quindici e lire una, come al libro segnato MM a fo. 399.
- L'anno 1708 furono fatte due sottocoppe quattro candelieri bassi da tavola e due smoccolatori tutti d'argento dal detto Padre Abate de Vecchi col suo denaro e la spesa fu di scudi centoquattordici e lire quattro, come al libro segnato MM a fo. 413 e al libro rosso segnato R a fo. 288 n. 1.
- L'anno 1718 fu fatta da fondamenti la Chiesa di San Gio.Battista a Gre e la spesa fu circa a scudi cento, come al libro segnato MM a fo. 419.
- L'anno 1728 fu fatta una Pianeta bianca di tabi ricamata d'oro a spese del Padre Abate don Valeriano Mignanelli.
- L'anno 1728 fu fatto il muro principale dal granaro nella piazza di Chiesa sino al Podere di sotto al Monastero dal Padre Abate Don Valeriano Mignanelli col suo denaro e la spesa fu di scudi cinquanta romani, come al libro delle Memorie dell'anno 1717. a fo. 5.
- L'anno 1728 fu fatta dalle fondamenta la chiesa di San Giovanni Battista a Grè dal Padre Abate Don Valerio Mignanelli abate generale e la spesa fu di lire seicento ventotto soldi 168 come appare al libro segnato MM, a fo. 429 e 421.
- L'anno 1730 fu rifatta una pianeta già lacera e ricamata d'oro dal Padre Abate Don Ippolito Piccolomini col suo proprio denaro e la spesa fu di scudi trentadue.
- L'anno 1730 fu fatto un Armario grande per riporvi l'argenteria della Chiesa e del monastero e la spesa fu di lire cinquecentoottantaquattro soldi 13,4 come al libro sella sagrestia segnato B del 1709 a fo 40.
- L'anno 1731 fu eretto l'Archivio del Monastero di San Benedetto e la di lui stanzetta, tra i legnami e materiali importò di spesa scudi quaranta, come appare al Giornale di detto anno a bonificati, come al giornale del 1720 a fo. 475 e 455.
- L'anno 1731 furono fatti due granai e sotto uni essi l'oliaio, come al Giornale del 1720 a fo. 434
- L'anno 1733 fu fatta la volta del dormitorio dei Monaci,di due braccia e mezzo come pure furono fatte le nuove porte della Camera dei Monaci di noce con gli stipiti di marmo di Montarrenti, finestrone e pavimento di detto dormitorio e la spesa importò circa scudi quattrocento, come al Giornale del 1720 a fo. 478.
- L'anno 1733 fu in detto anno fatta la Scala che di sopra scende in Cucina, la stanza del pane i due granari di sotto, l'Oliaio, come pure tutte le finestre di legno e vetrate ai Corridoi di sopra e alla foresteria sotto e sopra, siccome li stipiti di stucco a seravezza alle Porte di detti Corridoi, la spesa fu di lire duemiladugentosessantadue delle quali circa 1400 furono spese del proprio dal padre Abate Don Ippolito Piccolomini, come si vede al Giornale dell'anno 1720, a bonificati da fo. 473 sino a fo. 479.
- L'anno 1733 nel Podere delle Piazze dell'Abbadia di Sicille si è fatta di nuovo dai fondamenti una Capanna anzi Capannone capace per otto bovi. Nel Podere del Sodo di detta Abbadia uno stallone o Capannone pure da fondamenti, capace di sei bovi. Nel podere di Poggio Cinelli si è fatto da fondamenti un Ciglione grande e sopra di esso una stanza. Nel podere degl'Oppi si è fatto da fondamenti un ciglione grande anzi un altro capannone. capace di cinque bovi; si è fatto ancora un muro a secco appresso la chiusa del Podere delle Piazze, principiando in faccia alla casa di detto Podere, sino al Podere del Palazzetto, come al Giornale del 1720 a fo. 480.
- Un altro muro delle vigne fu fatto il 1744.
PROPORIETA’ DI SAN BENEDETTO A PORTA TUFI
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1) Il 19 settembre 1566 il monastero di San Benedetto da in affitto l’abbadia di Sicille ad Alessandro del q. Billo Scannocchi da Petroio, e a Girolamo di Domenico Benocci per scudi 400 d’oro a Niccolò del q. Baldassarre Gorelli da Trequanda per anni 6.
Rogò l’atto ser Francesco Cristiani a fo. 37.
2) Bottega a Capo La Costarella in porta Salaia ad uso spezzieria avuat l’anno 1513.
3) Bottega nell’arte della lana in faccia alla Costa di fonte Branda donata da Collidonia Tolomei vedova di Vittorio Cecchini e figliola di Lattanzio Tolomei il 28 luglio 1536.
Rogò Ser Antonio Campana addì 16 gennaio 1557 morì la suddetto Madonna Callidonia.
‘Actum in ecclesia Sancti Georgii..ubi habitant’
4) Campo del bosco della Scheggiola a Catignano di 49 stara e un quarto a lire cinquanta lo staro, fatta dal monastero di San Benedetto da Antonio Meocci li 22 febbraio 1515.
Rogito di Ser Antonio Campana(fo. 4).
5) Compra del Podere della Villa al Piano fatta dal monastero per fiorini mille da Pietro di Giovanni Montucci li 4 febbraio 1521.
Rogito di Ser Antonio Campana (fo. 6 fasc. 29: “..Actum Senis in apotheca Gherardi in campo fori..Ego Antonius Campana olim Niccolai Tophani filius de Senis publicus apostolica et imoperiali…notarius).
6) Donazione fatta al monastero di San Benedetto da Madonna Collidonia il 18 luglio 1536.
7) 16 gennaio 1557 morì Madonna Collidonia.
8) Donazione di Guasparre d’Austino da Pavia merciaio fatta tra vivi al monastero di San Benedetto li 9 novembre 1488 di moggia 30 di grano. Rogito di Bernardino Politi. Da pagarsi in anni 60 in ragione di stara 12 l’anno da Misser Bartolomeo di Landuccio di Marco a detto Monastero, come donatario di fiorini 600 e più donò fiorini 200 al detto monastero che doveva avere detto Gasparre da Andrea Battilori da soendersi in pavimenti e ornamenti della Cappella e altare maggiore di detta chiesa di San Benedetto, in conto dei quali dovevano computarsi le spese già fatte, predetti paramenti e ornamenti dal suddetto Bartolomeo, come Patrono di detta cappella e altare maggiore e finalmente per suo testamento lassò erede di tutta la robba metà al predetto Bartolomeo (fo. 10).
9) Donazione di Donna Caterina e di Niccolò Bagnaia fatta in favore del monastero di San Benedetto di una mezza bottega ad uso di spezzeria posta a Porta Salaia a capo la Costarella e l’altra metà in favore di Sant’Agostino con diversi pesi di messe perpetue, come si dice in questo indice al n.14.
10) Livello del Podere di Sotto al monastero di San Benedetto con il Palazzo e Uliviera dato a madonna Collidonia Tolomei ne’ Ceccherini e a donna Domitilla sua serva. Come al n.6 e 7.
11) Livello di stara 7 terra a Grè in luogo detto La fonte al Bau. Li 29 aprile 1560 a Mino di Gio.Vannelli di Chiusure sua vita durante dato dal monastero di San Benedetto con l’obbligo di dare a detto monastero la metà di tutte le raccolte. Rogò Ser Francesco di Ser Girolamo Cristiani (fo. 30).
12) Livello del Podere di Grè dato dal monastero di San Benedetto a Niccolò di Domenico Voltolini li 29 maggio 1566 (il testo passa in italiano). Rogò il suddetto notaro Francesco Cristiani (fo 32).
13) Livello della porzione di San Prospero dato da l monastero di San Benedetto a Fra Placido di Andrea Neri frate umiliato e ad Andrea suo nipote loro vita durante. Li 2 ottobre 1564 sotto rogito di Ser Antonio Campa36na.
14) Obbligo perpetuo di messe da adempiersi dal monastero di San Benedetto per il legato di Donna Caterina a Niccolò Gagnaia, consistente in una messa quotidiana in 2 trentesimi di San Gregorio, in due officii da morto e nella festa di Santa Caterina da Siena il 29 aprile con Messa cantata da applicarsi per loro e da farsi nella cappella e altare di San Teodoro nella chiesa medesima di San Benedetto (come al n. 9 a fo.2)
15) Podere della Villa al Piano dal monastero di San Benedetto comprato l’anno 1521 per il prezzo di fiorini mille da Pietro di Giovanni Montucci. Sotto rogito di Ser Antonio Campana,(come in questo fo. 6 fac.2a).
16) Terre boscate della Scheggiola a Catignano di stara 49 e ½, comprate dal monastero di San Benedetto l’anno 1515 a lire cinque lo staro da Antonio Meocci sotto Rogito di Ser Antonio Campana, di che si è detto in questo indice alla lettera e al n.4.
VENDITE FATTE DAL MONASTERO LUNGO I SECOLI
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- L'anno 1443 fu venduta dal Monastero di San Benedetto una bottega posta nel canto de Vicolo che và a San Pellegrino nel popolo do San Pavolo per fiorini duegento a Maestro Giulio del già Carlo Galletti, come al contratto sciolto in cartapecora segnato B. 60, ed al libro segnato UU a fo. 67.
- L'anno 1455 fu venduta dal monastero predetto una vigna posta a Vignano ad Ambrogio di Nuto Pannelini per fiorini cento sessanta, come al Contratto sciolto in cartapecora segnato B. 39 ed al libro segnato UU a fo. 57.
E parimente fu venduta una casa in Salicotto a Ser Pavolo di Piero da Sinalunga sotto rogito di Mino Cicerchi per fiorini dugento venticinque come al libro segnato UU a Fo. 172 ed al libro rosso segnato R a fo. 75 fac.2.
-L'anno 1467 fu venduto dal Monastero predetto una casa o Palazzetto, posto in Piazza, già di Fra Tommaso Ragnoni, a Biagio di Cristofano Petroni per fiorini cento novantasette, come al libro segnato AA a fo. 9.
- L'anno 1469 fu venduta dal Monastero una Bottega in Piazza nel popolo di San Pavolo agli Eredi di Niccolò di Niccolò Boninsegni per lire settecento venti, sotto rogito di Ser Baldino, annotato al libro segnato AA a fo, 14 fac. 2 ed al libro rosso segnato R a fo. 90.
- L'anno 1472 fu venduta dal Monastero di San Benedetto la terza parte di una Casa in San Salvatore a Salvani per lire dugento ventisei e un Giulio in vigore del Lodo del Magistrato de Pupilli, come per ricordo esistente al libro segnato AA a fo 35 fac. 2.
- L'anno 1476 fu venduta dal Monastero una Casa posta in Castelmozzo già di Fra Tommaso Ragnoni a Pavolo di Cola per lire quaranta come al libro segnato D.C. del 1475 a fo 24 fac.2.
- L'anno 1478 fu venduta dal Monastero una casa posta in Piazza di Petroio a Francesco di Misser Pirozzo Piccolomini per lire centosessanta, come per ricordo semplice esistente al libro segnato AA a fo. 56.
- L'anno 1479 fu venduto dal Monastero un Podere posto in Corte d'Asciano detto la Pieve San Giovanni in Vescona fatta ad Antonio Campana (Notaio) per fiorini trecento trentacinque, come appare per semplice ricordo al libro segnato AAa fo. 95.
- 1484 fu venduta dal Monastero una Possessione a Tressa confinante colla Chiesa di San Gio. Battista, anzi colla Chiesa di Santa Margarita a Senso di Nanni di Feo per fiorini trecento trenta, sotto rogito di Ser Bartolomeo Ballati annotata al libro segnato AA a fo. 65 fac. 2.
- L'anno 1486 fu venduto dal Monastero il Podere denominato Salva Domenici, confinante col Podere de Spedalone al Monastero Olivetano di Sant'Anna per fiorini cento sotto rogito di Ser Iacomo Mochi annotato al libro segnato UU a fo. 173 ed al libro rosso segnato R a fo. 77 fac. 2.
- L'anno 1489 vendita fatta dal Monastero di una Casa in via delle Cerchia ad Angelo di Giovanni Venturi per fiorini cento quarantasette sotto rogito di Ser Antonio Campana, come si vede notato al libro segnato AA a fo. 95.
- L'anno 1489 vendita fatta dal detto monastero della Casa posta nel Comune di S. Matteo in faccia alle Monache di Santa Maria Maddalena a Missere Andrea Piccolomini per fiorini sessanta quattro sotto rogito di Ser Bartolomeo di Filippo Ballati, notato al libro segnato AA a fo 95.
- L'anno 1489 fu venduto dal monastero di San Benedetto due pezzi di terra in Corte di Petroio posti in luogo Monteghebbio e Valle lunga a Mariano di Bartolomeo e a Pavolo d’Antonio da Petroio per fiorini trentaquattro sotto rogito di Ser Antonio Campana, come al libro segnato AA a fo. 95 di semplice ricordo.
- L'anno 1490 vendita fatta dal detto monastero di tre possessioni, una casa e staia sette terra posti in corte di Casole a Cristofano e Bastiano da Poggibonsi per fiorini seicentonovantacinque come al detto libro segnato AA a fo. 115 di semplice ricordo.
- L'anno 1496 vendita fatta dal monastero di un pezzo di terra posto in corte di Petroio confinate coll'Abbadia, anzi colla vigna comprata da Valentino e Masso a medesimi per fiorini venti due sotto rogito di Ser Michele da Casole, come per ricordo semplice, registrato al libro segnato AA a fo.107.
- L'anno 1510 fu venduta dal monastero una Casa posta in contrada di Spada forte a Ser Simone da Radicondoli per lire ottocento, come per ricordo registrato al libro segnato AA a fo. 157 ed al libro rosso segnato R a fo. 92.
- L'anno 1511 vendita fatta dal monastero di una mezza vigna con casa a Ginestreto a Vittorio di Francesco Bramoni per lire cento segnato AA a fo. 157.
Vita dei monaci a San Benedetto
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Nel 1388 fece la vestizione Fra Francesco Malavolti e nel 1389-1390 dimorò in San Benedetto a porta Tufi.
1406- E' prezioso ricordare che Neri di Landocci de' Pagliaresi, devoto di S. Caterina e eremita, morto all'ospedale di S. Maria della Scala il 12 marzo 1406 volle essere tumulato in San Benedetto fuori porta Tufi. Lasciò al monastero tutti i suoi libri e i suoi scritti agli olivetani.
Nel 1406 il monastero compra più terre con casa a Grè da Luca del fu Andrea da Chitina procuratore d’Arminio di Meo da Chiusure e da Turina.
Nel 1462 26 gennaio Vi fu un mandato di procura emesso dal Capitolo di San Benedetto (Reg. Oliv. II, 37).
Nel 1466 fu adempiuta la spesa per la costruzione della Cappella in onore di San Teodoro.
Nel 1511 28 aprile da Bologna .
Breve di Giulio II: assoluzione dall'interdetto per i monaci olivetani di Ferrara presenti al capitolo generale nel monastero di S. Benedetto di Siena. (Reg. Oliv. III,16)
Negli anni 1530-1532 l'abate Generale Fra Angelo Ceriani di Albenga provvide l'Archicenobio di un luogo di convalescenza nel monastero di San Benedetto, dove fece allestire parecchie camere
Il 9 gennaio 1547 da Roma: Guido Ascanio Sforza attesta il pagamento di 3.000 ducati d'oro da parte della Congregazione Olivetana, compresi i 100 scudi d'oro versati dal monastero di S. Benedetto di Siena. (Reg. Oliv. III,68).
Negli anni 1554-55 il territorio senese si trovava sconvolto dalla guerra. Caduta Firenze, anche Siena era stata occupata dagli Imperiali nell'ottobre del 1530; ma nel 1552 la fiera repubblica di nuovo fu in piedi ed animata da nuova concordia e grande ardimento, cacciò gl'invasori. A vendetta contro di lei si mosse allora l'imperatore Carlo V con un forte esercito e con l'adesione del duca Cosimo de' Medici che agognava il possesso della città. Nel 1553 incominciò il famoso assedio, in cui rifulse l'eroismo meraviglioso dei senesi, combattendo uomini e donne, fino all'ultimo sangue, per la libertà della patria. La guerra fu iniziata il 23 ottobre 1554.
Ma tanta virtù non poté sulla forza soverchiante dei nemici: la città, sfinita, dovette arrendersi il 17 aprile 1555; e fu quello l'ultimo giorno della gloriosa repubblica. Invalse da quel tempo, a ricordo, il motto popolare "per forza, Siena", quando si è costretti a cedere di fronte a una difficoltà insormontabile.
I libri del monastero di San Benedetto di Siena.
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- Come abbiamo detto più sopra alla sua morte del 12 marzo 1406 Neri di Landoccio de’ Pagliaresi lasciò al monastero di San Benedetto tutti suoi libri e i suoi scritti.
- L'anno 1475 Antonio del già Giovanni Turamini donò al Monastero di San Benedetto tutti i suoi libri sotto rogito di Ser Galgano di Ser Petroccio del Grissa, come al Contratto sciolto in cartapecora B, 49 ed al libro Segnato UU, a fò 60 fac. 2.
- L'anno 1494 Paolo d'Andrea Bargagli donò al Monastero di San Benedetto più volumi di libri, come al libro segnato D.C dell'anno 1475 a fò 272. fac. 2.
- Nel 1554 i libri furono in buona parte murati e ritrovati nel 1689 nella Celleraria, in un angolo della camera da letto, ma già del mese di aprile 1600 abbiamo l'elenco di essi, elenco che,con molta probabilità esisteva già precedentemente, la notizia data del nascondimento nel muro e la riapertura deve rifersi ad un tempo anteriore al 1689, o almeno quelli che furono ritrovati dovevano essere una minima parte, infatti come sotto diciamo anche la nota dei libri del 1629 testimonia l’esistenza di una quantità discreta di libri.
- L'anno 1629 dal Padre Abate Don Vittorio del Testa Piccolomini furono dati al Padre Abate Don Ippolito Campioni tutti i suoi libri per la valuta di scudi seicento con licenza del Rev,mo Definitorio quali rimasero di poi al Monastero di San Benedetto al libro segnato MM a fò 38
- Anno 1629. Nota dei Libri esistenti l'anno 1629 nella libreria delle Camere del Padre Abate pro tempore del monastero di San Benedetto registrato al detto libro MM, a fò. 125.
1745. Libreria eretta l'anno 1745 e sua spesa di 873 come al libro A di Memorie e Ricordi al fò 78 e seguenti.
Dal 1626 al 1632 fu presente Don Vittorio Del testa, che era stato abate generale la prima volta dal 1618 al 1620 ; dal 1626 al 1632 incontrò ripetutamente e intrecciò contatti letterari con l'agostiniano Fra Angelico Aprosio, fautore della famosa e strana "Biblioteca Aprosiana" stampata poi nel 1673 a Bologna, Malonnesi.
Don Benedetto Bongiovanni di Verona visse a lungo in S. Benedetto di Siena, sotto la disciplina dell'abate Don Vittorio Del Testa Piccolomini, coltivando con plauso, oltre gli studi sacri e letterari, anche la musica e la cosmografia. Ordinato sacerdote, fu decano dei chierici e vicario claustrale a Monte Oliveto Maggiore; poi appena trentenne, fu fatto abate.
Fu abate anche Don Ippolito Campèioni, che lasciò molte migliorie.
Dopo la Costituzione di Innocenzo X del 22 dicembre 1649, durante la dieta del 14 settembre 1654 fu designato come chiericato anche san Benedetto a Porta Tufi come una delle tre sedi per la Toscana.
Fatto sacerdote, Don Ippolito Vecchi di Siena fu adoperato come cellerario nel monastero di San Benedetto in Siena.
Il 1 mazzo di quinterni e fogli di libri, quali alla meglio si è potuto farli rilegare dal Padre Rev.mo Don Ippolito Piccolomini Abate di detto Monastero e tra dette carte si è trovato un foglio volante macchiato \e in cattivo essere, parendo fosse del libro segnato R, e poiché esso riguarda la memoria antica circa l'anno 1526, alcuni obblighi di questa chiesa, però acciò si mantenga meglio l'ho fatto legare nel nostro Libro MM à fò 264.
PITTURE DEL MONASTERO DI SAN BENEDETTO A PORTA TUFI
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1) Quadro esistente sopra il Coro rappresentante il Beato Bernardo Tolomei con l'apparizione della Beata Vergine col Bambino Gesù in collo nella nuvola fatto a olio in tela circa l'anno 1630 opera del celebre Pittore Rutilio Manetti di Siena, allievo di ventura Salimbeni celebre pittore.
2) Quadro esistente nell'altare della Cappellla confinante con la sagrestia, rappresentante la Natività di nostro Signore Gesù Cristo con la SS.ma Vergine e S. Giuseppe fatto in tavola a olio da Maestro Francesco di Giorgio pittore da Siena l'anno 1475 per prezzo di lire dugentoventi anzi dugentoquaranta, come appare al libro segnato AA a fo. 42. fac. 2.
3) Quadro esistente nell'altare posto a piè della chiesa del Monastero vicino alla porta principale di essa rappresentante San Benedetto Abate, San Girolamo dottore e Santa Scolastica, ed in alto la Santissima Vergine in mezzo a due piccoli angeli dipinto a olio in tavola dal famoso e celebre pittore Domenico Beccafumi, denominato volgarmente Mecorino.
4) Quadro esistente nell'altare della cappella di S. Teodoro, rappresentante la Madonna delle Nevi, Santa Caterina, San Domenico, S. Maria Maddalena, San Benedetto abate, S. Michele e San Girolamo, fatto a olio in tavola dal Pacchiatorri pittore senese.
5) Quadro piccolo ovato rappresentante San Teodoro martire posto nell'altare o cappella predetta di San Teodoro sotto al predetto quadro delle Nevi, dipinto a olio in tela da Bernardino Baroni pittore di Siena l'anno 1731 per il prezzo di lire trentadue.
6) Quadro esistente nell'altare della Cappella di Santa Francesca Romana, rappresentante detta santa con l'angelo accanto, dipinto a olio in tela dal suddetto celebre pittore Rutilo Manetti da Siena.
7) Quadro rappresentante il Beato Bernardo Tolomei servente gli appestati. Opera di Lorenzo Feliciati per la quale riceve l. 105 per il prezzo totale. Libro 4 fo 525.
8) Quadri due, alti tre braccia uniformi, uno di essi rappresentante il Beato Bernardo Tolomei in atto di orare e l'altro Santa Francesca Romana ambedue in tela, fatti a olio da Giacinto Brandi romano l'anno 1690 esistenti l'uno e l'altro nella sala delle Stanze del Rev.mo Padre Abate locale del Monastero come al libro segnato MM a fo. 514.
9) Quadri nove, quattro di essi in positura lunga e gli altri quattro in altezza rappresentanti il primo Gesù, l'Adultera ed i Farisei, il secondo la santissima Vergine col Bambino Gesù, ed altri Santi, il terzo una fabbrica con architettura di olivetano, il quarto Santa Caterina da Siena rapita in estasi con due compagne che la sostengono, il quinto San Benedetto che riceve i fanciulli S. Mauro e S. Placido con altra gente, il sesto una tavola con monaci e persone secolari, il settimo San Benedetto con più monaci, che riceve il Maggior domo del Re Totila che sta in atto di salire a cavallo con molta gente, tutti benedicenti a olio in tela dallo spagnolo pittore l'anno 1628 per il prezzo di lire dugentoventiquattro, esistenti nella sala e camere della Foresteria di sopra, come al libro segnato MM a fo. 264 num. primo.
10) Quadri quattro alti un braccio ed un quarto in circa rappresentante due di essi la stessa cosa cioè due pastori a sedere, il terzo alcuni monaci che alzano il sasso, sopra del quale vi è a sedere il demonio, il quarto il Sodoma pittore con sua donna ed un fanciullo, dipinti tutti a olio in tela dal predetto Spagnolo, come appare al libro segnato MM a fo 464 num. 2.
11) Quadri cinque bassi e longhi circa due braccia, questi per avanti erano otto, tre dei quali non si sa come si siano smarriti, rappresentanti paesetti con alcune figurine piccole, dipinti a olio in tela da Misser Stefano Fiammengo, come al libro segnato MM a fo, 464 num. 3.
12) Quadri tre alti circa un braccio e mezzo, rappresentanti marine e paesetti dipinti a olio in tela da MIsser Gio Battista Orefice come al suddetto libro MM a fo. 264 num. 2 esistenti nella foresteria suddetta.
13) Un quadro rappresentante la B.ma Vergine col Bambino Gesù; dal medesimo quadro l'anno 1733 furono levate due figure che non corrispondevano alla detta SS.ma Vergine, dipinto a olio in tavola da Maestro Riccio, come al libro segnato MM a fo. 464, num. 7 esistente nella foresteria sopraddetta.
14) Quadri due rappresentanti uno di essi Lotte, colle figlie e l'altro lo stesso Lotte quando dall'Angelo fu condotto fuori di Sodoma, dipinti a olio in tela da celebre Pittore, esistenti nella camera della Foresteria, ed ambedue sono alti circa due braccia e mezzo.
15) Quadro uno rappresentante la Beat.ma Vergine col Bambino Gesù in collo, dipinto a olio in tavola da antico e celebre Pittore, esistente nelle stanze della foresteria di sopra.
16) Quadri due alti due braccia e mezzo, rappresentanti uno Santa Caterina da Siena con Gesù e l'altro San Domenico, dipinti a olio da buon pennello, e sono originali, conservati in detta Foresteria.
17) Quadri otto rappresentanti uno ka B.ma Vergine con diversi angeli, l'altro San Martino a cavallo, il terzo uno Spedale e gli altri cinque di forma tonda rappresentano Gesù, la Madonna, e tre Evangelisti, dipinti a olio in oro in tavola ed esistono in detta foresteria.
18) Quadri cinque in tela a olio rappresentanti la figura o il ritratto di cinque Generali olivetani senesi conservati nelle stanze di dette foresterie di buona mano.
19) Quadri tre a guazzo in tavola, dipinti dal sopraddetto celebre ed insigne pittore Beccafumi, detto Mecarino, rappresentanti Santa Scolastica ed altri esistenti nelle stanze del Rev.mo Padre Abate locale.
20) Quadri uno rappresentante la Bea.ma Vergine col Bambino Gesù ed altri santi, fatto a olio in tela da buon pittore, creduto da Professori dal Casolani.
21) Quadro uno rappresentante Santa Caterina delle Ruote in piedi, esistente nella Foresteria di sopra di buona mano.
22) Quadri due in carta, uno di essi rappresentante Moise nell'atto di scendere dal monte, con le tavole della Legge ed Aronne col popolo ebreo, che faceva sacrificio al vitello, dipinto da due celebri pittori: Domenico Beccafumi denominato Mecarini e Francesco Vanni, l'altro rappresentante il Presepio con l'adorazione dei Magi, dipinto dall'insigne e famoso pittore Baldassare Peruzzi senese.
23) Quadro uno rappresentante la testa e busto di S. Pietro apostolo, dipinto a olio in tavola in piccolo da buon pittore antico.
24) Quadro uno rappresentante San Francesco di Paola dipinto a olio in tela.
25) Quadri 20 donati il 1735 ed altri 31 il 1745 di ottimi pennelli descrivo nel libro A di memorie e ricordi a fo. 49 e 68
26) Teste dodici di gesso fatte l'anno 1631 da Maestro Astolfo per il prezzo di lire ventiquattro, come appare al libro segnato MM a fo. 464 num. 8
27) Altre teste di gesso fatte da Matteo Lisi l'anno 1629 come appare al detto libro MM. a fo. 464 num. 5 anzi ancor queste fatte dal suddetto Astolfo Petrazzi.
MEDICI DEL MONASTERO
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L'anno 1519 fu eletto per medico del Monastero di San Benedetto Maestro Girolamo Bindi rosso col salario di stara sei farina, un paro di Capponi ed un capretto l'anno, come al libro dei Salariati segnato S. del 1528 a fò 42, fac.2.
L'anno 1523 Maestro Antonio Boninsegni fu eletto Medico del Monastero coll'onorario e salario predetto e di più di due stara d'olio l'anno come al libro dei Salariati segnato A dell'anno 1522 a fò 94.
L'anno 1541 Maestro Agostino Brunamontano da Radicondoli fu eletto Medico del Monastero col salario di stara diciassette grano, un paro di Capponi ed un Capretto l'anno, non servendo più il monastero di Monte Oliveto di Chiusure e di Sant. Anna come al libro dei Salariati del 1540 al fò 17.
L'anno 1548 Maestro Ambrogio Nuti fu eletto Medico di detto Monastero col salario di stara dodici di grano ogni anno, come al libro dei Salariati dell'anno 1540 a fò 76.
L'anno 1556 Maestro Bartolomeo Mancini fu eletto Medico del Monastero col salario predetto, come al libro suddetto a fò 115.
L'anno 1557 Maestro Crescentio Gori fu eletto Medico del Monastero col salario di stara dodici grano, some tre di vino, un paro di capponi ed un Capretto l'anno, come al libro dei Salariati del 1540 a fò 120.
L'anno 1571 Il signor Cesare Visconti fu eletto per secondo Medico sostituto coll'obbligo di servire gratis il detto Monastero di San Benedetto con che però venendo la vacanza del primo medico, dovesse egli succedere al medesimo come al detto libro a fò 438.
L'anno 1583 Maestro Crescentio Landi fu eletto medico di detto Monastero col salario come al detto libro a fò 250 fac. 2.
L'anno 1593 Maestro Livio Landi fu eletto Medico di detto monastero col salario suddetto, come al libro dei Salariati del 1593 a fà primo fac. 2.
Sostituo. L'anno 1594 il Signor Girolamo Minetti fu eletto per medico secondo o sostituto col salario di stara otto grano e stara due vino ogni anno, come al libro dei Salariati segnato B anzi segnato T del 1593 a fò 13.
L'anno 1599 Misser Girolamo Minetti fu eletto Medico di detto Monastero col solito Salario di stara dodici di grano, some tre di vino, un paro di capponi ed un capretto l'anno, come al libro a fò 13.
L'anno 1615 il Signor Pirro Bizzanini fu eletto Medico di detto Monastero col salario predetto solamente come a detto libro a fò 145.
L'anno 1621 Il Signor Zoroastro Tinelli, ed il Signor Fabbrizio suo figlio furono eletti Medici del detto Monastero col sopraddetto solo salario, come al libro dei Salariati segnato T del 1593 a fò 210.
L'anno 1632 Il signor Contesi fu eletto per secondo Medico sostituto per la morte del suddetto Signor Visconti olle medesime condizioni e patti come al libro dei Salariati del 1593 segnato T a fò 441.
L'anno 1673 il nobile Signor Dottore Pirro Gabrielli fu eletto per secondo Medico colli stessi patti e condizioni, come al detto libro a fò 441.
L'anno 1685 Il Nobil Signor Pirro Gabrielli fù eletto Medico di detto Monastero col predetto salario di stara dodici di grano, some tre di vino, un paro di capponi, un capretto ed una Candela di libbra ogni anno, come al libro dei Salariati dell'anno 1693 a fò 392 dico 392.
L'anno 1703 Il Signor Calvisi fu eletto Medico di detto MOnastero col detto salario di stara dodici di grano, some tre di vino, un paro di capponi, un capretto, ed una candela di libbra ogni anno come al libro dei Salariati del 1687 a fò 17.
L'anno 1717 Il nobile Signore Cesare Scotti fu eletto Medico di detto Monastero col predetto Salario come al libro a fò 20.
L'anno 1721. Il signor Dottore Pietro Pavolo Pagliai fu eletto Medico di detto Monastero col detto Salario di stara dodici di grano grosso dei Poderi di sopra e di sotto al Monastero alla raccolta di some tre vino del podere di Figareto parimente nella ricolta di para uno Capponi di libbre dieci per Natale, di una Candela di cera bianca di libbra per la Purificazione della Beatissima Vergine Maria e di un capretto per la Pasqua ed in vece di detto capretto si li danno pavoli cinque ogni anno. E rendendosi inabile al servizio deve avere in ogni modo tutto il suo salario, come al detto libro dei Salariati dell'anno 1687 al fò 21.
L'anno 1716 il Nobile Signor Dottore Cesare Scotti fu eletto per secondo Medico sostituto con l’onorario di una Candela di cera bianca di libbra per la Purificazione e d'un paio di Capponi di libbre dieci ogn'anno, come al libro dei Salariati dell'anno 1687 a fò 17.
L'anno 1720 Il signor Dottore Flaminio Pinelli fu eletto per secondo Medico colle predette onoranze come al detto libro a fò 53.
L'anno 1726 Il signor Dottore Ansano Capresi fu eletto per secondo Medico colle sopraddette onoranze come al detto libro a fò 54.
L'anno 1732 Il signor Dottore Leone Pagliai fu eletto per medico sostituto al secondo senz'alcuna onoranza e con l'obbligo di servire il Monastero gratis, con che deve succedere al Secondo Medico primo sostituto e di poi vivendo al medico primo, come al libro MM a fò 244.
NOTAI DEL MONASTERO DI SAN BENEDETTO A PORTA TUFI.
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1319 - Ser Guadagno notaro. Donazione del podere di Acona
1319 - Ser Guadagno notaro. Donazione del Podere di Melanino.
1338 - Guido del già Vanni detto il Porco. B 6 - UU f. 43
1338 - Ser Giovanni del già Ser Ranucci di Ventura B 5 - UU f. 42 fac. 2
1363 - Brizzo del già Pavolo e Ser Bartolomeo 1368 B 7 - UU f. 43 fac. 2
1364 - Ser Francesco del già Lando B 11 - UU f. 44.
1368 - Ser Bartolomeo del già Pavolo. B 8 - UU f. 43 fac. 2.
1369 - Ser Nino del già Ser Domenico di Nino B 16 - UU fo. 47.
1374 - Ser Francesco del già Lando di Ser Mino B 12 -UU f. 45.
1379 - Ser Salerno del già Giannino. B 17 - UU fo 47 fac. 2.
1400 - Ser Bonfilio da Corsigna B 28 - UU f. 53 fac.2
1408 - Ser Lorenzo di Ser Lapo,in Pantaneto B 29-UU 53
1419 - Ser Giacomo di ser Francesco di ser Nino di Tura B 33- UU a fo 55
1443 - Eredità di Fra Sebastiano UU fo. 172 fac. 2 - R a fo.75
1452 - Ser Antonio del già Ser Giovanni. B 36 - UU fo 56
1456 - Ser Luca di Nanni UU 56 - R fo 70
1475 - Ser Bartolomeo da Grosseto AA fo. 43 fac. 2
1484 - Ser Bartolomeo di Filippo Ballati AA a fo. 65 fac. 2
1489 - Ser Antonio Campana AA a fo. 95(servì gratis)
1548 - Ser Giulio Alberti (salario 8 staia di garno e vino) S a. 1540 fo. 78.
1557 - Ser Francesco Cristiani “ S fo.121.
1593 - Misser Fortunato “ T fo. 5 fac. 2
1608 - Misser Pietro Venturocci “ T (1593) fo. 146 fac. 2.
1623 - Misser Domenico Bandini “ T fo. 215 fac. 2.
1639 - Misser Girolamo Pericciuoli T fo. 280
1643 - Misser Santi Cenni T 282 fac. 2
1658 - Misser Vincenzo Bartalucci T fo. 370
1665 - Ser Jacomo Silvestri T a fo. 401
1673 - Ser Niccolò Magnoni T a fo. 435
1680 - Ser Gio.Battista Terreni T a fo. 391
1687 - Ser Pietro Belli S (1687) a fo 49
1688 - Ser Gio. Battista Cittadini S. a fo. 49.
Dal sopraddetto Cittadini sino al presente (1734) il Monastero si è servito dei notai di studio del Procuratore pro tempore del medesimo Monastero senza salario essendogli state pagate le loro mercedi, in atto solamente d'operare.
I sopraddetti notai e documenti citati vanno confrontati e messi in relazione con i documenti per la storia del monastero di San Benedetto a Porta Tufi di Siena, già descritti sopra.
DOCUMENTI IMPORTANTI
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Di Don Ippolito Piccolomini abbiamo un prezioso Inventario sulle proprietà del Monastero di San Benedetto e delle sue dipendenze.
L'elenco delle proprietà in terre e poderi dipendenti dal Monastero di San Benedetto a Porta Tufi li possiamo descrivere nel modo seguente: conforme al rilievo ottenuto dalle citazioni dei volumi che Don Ippolito Piccolomini stesso fa nelle sue registrazioni.
I documenti storici e di Archivio di San Benedetto a Porta Tufi sono:
1) Contratti .................... dagli anni 1513 - 1566
2) Libro di Entrata ed Uscita dagli anni 1522 - 1534
3) Contratti . B dagli anni 1635 - 1733
4) Regalie DC dagli anni 1475, 1494, 1518 1522
5) Contratti E Contratti
6) Liti L 1720 Liti
7) Pigioni P 1534 - 1638
8) Poderi dati a mezzo Q
9) Libro Rosso R 1638
10)Salariati S Salariati
11)Libro di Contratti UU
12)Memorie della Congregazione TT...........DD 1592
13)Ordini ................... MM 1690 - 1734
14)Libro delle restituzioni NN 1583
15)Libro VV
Storia della conduzione agricola dei Poderi dipendenti dall'abbazia di Sicille e dal monastero di San Benedetto a Porta Tufi dei monaci Olivetani dal 1450 al 1659
Conduzione agricola
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E' importante conoscere attraverso gli atti di concessione dei terreni ai conduttori dei poderi in provincia di Siena, soprattutto nel territorio delle crete senesi, quale fu il tipo di conduzione agricola da parte dei monaci Olivetani?
Dal prezioso e dettagliatissimo elenco descritto da Don Ippolito Piccolomini, monaco olivetano, abbiamo potuto rilevare che i singoli poderi della Badia di Sicille dipendenti dal monastero di San Benedetto di Siena dalla metà del 1400 furono concessi singolarmente a mezzadria, mentre dal 1566 fino alla seconda metà del 1600 tutti i poderi nel loro complesso vengono dati in affitto con un canone globale che varia secondo gli anni e che è cosi specificato:
SPOGLI E SPROPRI
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- L'anno 1620 dal Padre Abate Don Gio.Batta Piccolomini, al libro GG a fo. 106
- Lanno 1629 del Padre Abate Don Pavolo Paccinelli GG a fo. 108 e seguenti
- L'anno 1630 di Fra Secondo GG a fo. 149
- L'anno 1634 di Fra Vittorio da Milano GG a fo 155
- L'anno 1635 del Padre Abate Don Angelo Maria Petrucci GG a fo 156
- L'anno 1636 del Padre Don Clemente Taneredi GG a fo 159
- L'anno 1638 del Padre Abate Don Giovan Antonio da Bologna GG a fo 159
- L'anno 1640 del Padre Abate Don Ventura Venturi GG a fo 156
- L'anno 1660 del Padre Abate Don Ippolito de Vecchi GG a fo 169
- L'anno 1664 del Padre Abate Don Valeriano Chigi GG a fo 138
- L'anno 1677 del Padre Don Gregorio Petrucci GG a fo 187
e libro dei Ricordi segnato + a fo 128 fac. 111
- L'anno 1677 del Padre Abate Don Girolamo Mignanelli, libro Ricordi + a fo 128 fac 2
- L'anno 1677 del Padre Don Evangelista Spannocchi GG a fo 216
- L'anno 1677 del Padre Don Giovanni Colombini GG a fo 210
- L'anno 1677 del Padre Don Patrizio Patrizi GG a fo 218
- L'anno 1678 del Padre Don Francesco da Siena GG a fo 209
- L'anno 1679 del Padre Don Bernardino Paccinelli GG a fo 196 e seg.
e libro de Ricordi + a fo 135 p. 1a
- L'anno 1683 del Padre Don Salustio Boninsegni GG a fo 223 e seg
e libro Ricordi + a fo 149
- L'anno 1684 del Padre Aabate Boninsegni Ricordi + a fo 151
- L'anno 1684 di Fra Benedetto da Siena Ricordi + a fo 150
- L'anno 1687 del Padre Abate Don Bernardo Tolomei GG a fo 229 e seg.
e libro Ricordi + a fo 137
- L'anno 1690 del Padre Don Rinato Baldelli da Gubbio Cortonese GG a fo 238 e seg.
- L'anno 1692 del Padre Don Timoteo Fratta da Verona GG a fo 245
- L'anno 1693 del Padre Don Francesco Maria Bonetti lucchese da San Gimignano GG a fo 252
- L'anno 1693 di Fra Bernardo da Milano GG a fo 246
- L'anno 1697 del Padre Don Dioniso Bandinelli Paparoni GG a fo 258
- L'anno 1697 del Padre Don Pio Carlo Ari da Genova GG a fi 260
- L'anno 1698 del Padre Don Pio Tommasi GG a fo 272
- L'anno 1698 del Padre Don Gregorio Mignanelli GG a fo 274 e seg.
- L'anno 1700 di Gio Batta Gelli servitore del monastero GG a fo 280
- L'anno 1700 del Padre Don Gaetano Maria Bargagli, poi vescovo di Chiusi GG a fo 286
- L'anno 1700 di Fra Domenico Taccini GG a fo 288
- L'anno 1704 del Padre Don Vincenzo Antonio Simonini da Bologna GG a fo 289
- L'anno 1706 del Padre Don Bernardino Salvani GG a fo 290 e 292
- L'anno 1714 del Padre Don Girolamo Antonio Falconetti GG a fo 294
- L'anno 1720 di Fra Modesto da Siena GG a fo 297
- L'anno 1730 di Raffaello Bargi servitore del monastero GG a fo 298
- L'anno 1729 del Padre Abate Don Pietro Maria Savini GG a fo 300
e libro Ricordi + a fo 182
- L'anno 1730 del Padre Don Pio Martinengo da Brescia GG a fo 300
- L'anno 1732 del padre Abate Don Evangelista Salvi GG a fo 303
- L'anno 1733 del Padre Abate Don Valeriano Mignanelli, Ricordi + a fo 185
Dopo la bolla del 1727 di Benedetto XIII fu fatto trascrivere per il monastero dal Rev.do Signor Antonio Sestigiani Sacerdote senese:
- Il ristretto, Compendio e Sunto di tutte le carte pecore ritrovate l'anno 1689.
- Anche del Libro Rosso, segnato con la lettera R: si dice che ne fece fare un libro, il quale è segnato VV.
- Compendio o Sunto per alfabeto di tutte le scritture sia in carta pecora come in carta ordinaria
- Libri diciotto fatti da fogli volanti con indice particolare (cfr. fò. 21 in ASS.)
- Dal 1475 indietro sino al 1320 mancano tutti e molti mancano dal detto anno 1475 sino al 1689.
- Manca molto il Libro AA di memorie antiche "Anche il Libro Rosso R - (allora non c'era)
Nella trascrizione dei documenti collaborò anche il cancelliere Dottor Sebastiano Tattarini, attuario dell'Arcivescovado.
Nel 1729 sopra le volte furono trovati 24 pezzi di tele dipinte tra le quali:
- Un Peruzzi
- Beccafumi
- Francesco Vanni
E furono fatti restaurare diversi quadri la cui spesa fu di lire 554 soldi 8 che si vede annotata al Giornale del 1720 a fò 478
N° 14 à Bonificati del 1729.
Tasse nei monasteri senesi
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Gli abati toscani, considerando che i prelati della nazione senese erano esentati dal pagare la tassa al Visitatore della provincia, stavano per domandare al Generale che questa non si dovesse pagare più da nessuno. Ma opponendosi a ciò il Visitatore stesso, che era l'Ab. D. Gaspare Piccolomini di Volterra, chiesero soltanto che fosse resa più equa e obbligatoria per tutti. Fu ridotta quindi di un terzo, e fu esentato soltanto il monastero di S. Benedetto di Siena, per il quale avrebbero dovuto pagare quelli di Camprena e di Rapolano. (AA. PP: VI, f.302). Gli abati della nazione senese si risentirono, facendo osservare come la loro esenzione totale era più che centenaria ed ottenuta dal pieno Definitorio; perciò la questione fu rimessa al pieno Definitorio del Capitolo intermedio del 1737 (AA. PP. VI, f. 319), ed in esso fu esentato interamente S. Benedetto di Siena e S. Anna in Camprena, ma non più S. Maria Assunta di Rapolano. (AA. PP: VI, f.353). Si nota qui che nel 1738 fu esentato da tutte le tasse dell'Ordine il monastero di S. Maria del Pilastrello di Lendinara, per aver sofferto gravi danni dalla rotta dell'Adige (AA. PP. VI, f.388).
In quel medesimo tempo, i Senesi insistevano per affidare agli Olivetani il Collegio Tolomei della loro città di Siena. Subito dopo i Comizi del 1774, il Generale fu chiamato a Siena dal Luogotenente Simonetti a scopo di trattare in proposito; senonché il Generale stesso si riservò di sentire il parere di tutta la Congregazione; ma in ogni modo, non si poteva sperare di aver Rettore e Professori toscani, perché i monaci del Granducato erano pochi. Si seppe poi a settembre che il Collegio era stato affidato agli Scolopi. La notizia cagionò un certo sollievo nella Congregazione, che non amava uscire dal suo ambiente semplice e casalingo; e quindi, quasi per reazione, fu accolta con maggior festa l'altra notizia di quei giorni circa l'elevazione alla cattedra vescovile di Montalcino dellex-genrale Pecci.
Nell'estate del 1779, dopo la partenza del Generale per la Lombardia, il vicario generale Inghiriami aveva fatto nuove ed accurate ricerche del Corpo del beato nel monastero di Siena, riuscite ancora una volta infruttuose.
Il Governo Napoleonico del regno Italico chiude il monastero il 26 maggio 1808.
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